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Intervista a Crisso

Benvenuto su system failure. Ti puoi presentare ai nostri lettori?

Mi chiamo Cristian, in arte Crisso, e sono un’umile servitore della musica.

Perchè il nome Crisso?

Il mio nome è una combinazione di vari elementi. Essendo nato vicino al secondo anfiteatro più grande al mondo dopo il Colosseo, sono sempre stato affascinato dalla storia, in quell’anfiteatro combattevano Spartaco e Crisso, i due principali protagonisti di quella che poi è stata la più grande rivolta di schiavi contro Roma; per fartela breve, Crisso sarebbe la personificazione in cui mi sono rivisto artisticamente quando ho scelto di sradicarmi dalle etichette, come concetto di rivalsa e libertà artistica, ed inoltre si associava bene al mio nome vero, ossia Cristian.

Perchè il rap tra tanti generi?

Credo che come comunica il rap non comunica nessun altro genere, ti permette di avere un largo uso di dialettica e di vocaboli che lo rende unico se sei uno che vuole dare peso alle parole.

Come nasce una tua canzone? Che ambiente crei intorno a te stesso?

Non saprei dire come nasce una mia canzone, solitamente tendo ad isolarmi, cerco il silenzio e mi chiudo in me stesso; ci sono momenti in cui una canzone si scrive da sola, viene guidata da dei sentimenti e risulta un grido di liberazione o di aiuto; altre volte tendi ad essere più meccanico se vuoi parlare di un tema in particolare, in questo caso è come fare una ricerca, un’approfondimento culturale, per cui vuoi spingerti oltre le tue conoscenze e trarne ispirazione; ma, come detto prima, quando mi ascolto mi chiedo spesso come abbia fatto a scrivere e realizzare un brano, è come se ci fosse un “me” parallelo.

Quali sono i tuoi ascolti?

Attualmente mi sto rendendo conto che più cresco e più vado indietro nei secoli, musicalmente parlando; come se tutto quello che c’è in giro non avesse più nulla da dirmi, è tutto scontato e “forzato”, ed a volte credo di risultarlo anche io; per cui mi oriento verso qualcosa di lontano, come la musica classica o musica di culture diverse, per cercare nuove pulsazioni, nuove fonti da cui attingere.

“Mai Stati Uniti” è stato pubblicato da system failure. Ci puoi parlare della genesi di questo progetto?

Beh, è ovvio dire sia una canzone d’amore. E’ nata praticamente da sola; dietro il cuore del brano c’è la mia compagna di vita, praticamente è lei che ha realizzato tutto ricordandomi cosa fosse l’amore, io ho solo trascritto le mie emozioni mettendomi nei panni di un comune ragazzo alla sua prima cotta, scoraggiato dal fatto che, nonostante lui ci provasse, lei non se lo filava; praticamente ho voluto giocare con questo parallelismo.

Quale è la differenza tra “Mai Stati Uniti” rispetto ai precedenti lavori? Di cosa parla il brano?

La prima differenza è nel sound, ho sempre amato sperimentare, e basta ascoltare i miei lavori per sentire che ognuno è diverso dall’altro; questa volta però volevo toccare delle sonorità che, a differenza dei lavori precedenti, non fossero tanto vicine a me quanto vicine agli altri, volevo qualcosa che mi legasse maggiormente al pubblico, e non c’è maggior collante di un sentimento come l’amore, quello autentico, condito da una musica dolce e raffinata che sfiorasse il concetto di romanticismo. Il brano parla proprio di quest’amore a senso unico da parte di un giovane e insicuro ragazzo, che immagina come potrebbe essere un’ipotetica relazione con questa ragazza di cui si è invaghito, la paura di veder soppressi i suoi tentativi è qualcosa che noi tutti proviamo in varie circostanze della nostra vita, ci sentiamo continuamente messi in competizione, su una bilancia il cui peso è dato da giudizi esterni che alzano muri e abbattono la nostra autostima; la canzone vuole comunicare questo, che se non si affrontano le proprie insicurezze, le proprie paure, si vive solo di pure e ingannevoli fantasie, quando magari è possibile ottenere più di quanto si immagini .

Il 23 maggio 2019 il cantante pubblica il suo primo album, “Zugzwang”, anticipato dal singolo “Apologia”. Un disco che spazia tra brani malinconici e spesso arrabbiati. In questo album Crisso vuole staccarsi dall’etichette e dalle aspettative della gente. Puoi commentare queste parole?

Ho vissuto per un po’ di anni l’ambiente musicale circoscritto alle etichette, produttori, ecc. capendo che non faceva per me, non volevo snaturare quello per cui ho sempre dato tutto, e mi resi conto che in quell’ambiente si lavorava per obiettivi che non erano i miei, di conseguenza non potevo essere come sono, ma allo stesso tempo volevo che la mia musica fosse ascoltata, quindi non riuscivo a prendere posizione e ne soffrivo. Quando ho pubblicato Zugzwang era appena cominciato il mio nuovo percorso con Crisso, un percorso che doveva essere senza filtri, e che anche con “Mai Stati Uniti” sta continuando a rimanere coerente, di conseguenza volevo sentirmi libero, cosi come l’arte dovrebbe essere, lontana da ogni stereotipo; ogni canzone deve essere libera di nascere da radici proprie, e può piacere o meno, essa non deve seguire uno schema preciso, ma deve potersi definire in una bellezza autentica e genuina a prescindere dal giudizio collettivo. Oggi si tende più che mai a fare quello che vuole la gente, a seguire le mode, e con quelle parole semplicemente volevo dire di non voler diventare invisibile fra i tanti.

Secondo te quanto è importante trasmettere messaggi con la propria musica?

Credo che sia essenziale, non solo importante. La musica ha un grande potere evocativo, lo ha sempre avuto dalla nascita di questo mondo, il problema è che molti non concepiscono il silenzio come musica, e quindi si riverbera la confusione.

Come è la scena rap in Italia secondo te?

Io ormai non seguo più nessuna scena da tempo, specialmente rap, non ti saprei rispondere a questa domanda. Ma perché, esiste una scena rap in Italia?

Come ti sei appassionato alla musica?

La musica è sempre stata risonante nella mia crescita sin da bambino, ho cominciato ad appassionarmi suonando il pianoforte, quindi partendo dalla musica classica, poi pian piano mi sono affacciato ad altri generi.

Siamo in emergenza coronavirus. Come la stai vivendo? Quanto ti ha danneggiato?

Io non posso lamentarmi perché sono tra quei fortunati con un lavoro che mi permette sonni tranquilli la sera, il danno lo sta subendo la gente li fuori; penso ai liberi professionisti, a chi sta ricevendo il contentino dallo stato mentre chiude le proprie attività, e a chi neanche quelle aveva; tutto ciò alimenta ancor di più le disparità sociali, vedo molta indifferenza da chi non si ritrova in quelle situazioni, e questa cosa mi fa davvero molta rabbia! Anche artisticamente parlando il danno è relativo nel mio caso, intendo per concerti e quant’altro, anche prima di tutto ciò vi era un’emergenza che consisteva nel chiamare “emergenti” tutti quelli non dotati di milioni di ascolti e soldi per sponsorizzarsi, e di conseguenza non pagarli, ciò significa che ho sempre avuto difficoltà nell’inserirmi in qualche contesto di live perché, o dovevo pagare qualcuno per cantare o venivo liquidato immediatamente se ero io che chiedevo un rimborso; quindi praticamente non è cambiato nulla per me da quel punto di vista, il danno non sussiste, se non puramente etico!

In un mondo in crisi climatica, economica e sanitaria quale è il ruolo della musica?

Io credo che molti dovrebbero fermarsi un po’ ad osservare, e magari, in silenzio! Si pubblica in continuazione non soffermandosi minimamente su nulla, la musica ha un ruolo molto marginale in quanto la si sfrutta per ostentare ciò che non si ha, di conseguenza crea false illusioni e distorsioni della realtà, non ci sono modelli sufficienti da seguire che non siano sbagliati.

Oltre la musica che arti preferisci?

La poesia ( la letteratura in generale) ed il cinema.

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