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Intervista a Gianluca Testa

Benvenuto su system failure. Ci puoi parlare del tuo percorso artistico fino a qui?

Riassumere più di venti anni di carriera artistica nella risposta ad una domanda mi mette in difficoltà, anche perché ho un rapporto di odio e amore con la sintesi, quindi userò una metafora: il percorso fino a qui è stato un viaggio illuminante che proseguo perché non ho ancora trovato tutto quello che cerco. Una certa inquietudine mi obbliga ad utilizzare diversi linguaggi, che dipendono anche dalla storia che voglio raccontare, poiché ognuna ha una forma preferenziale: cinema, letteratura o musica.

Come è nata in te la passione per la musica?

Ho iniziato a studiare pianoforte e chitarra verso gli undici anni, dopo aver pubblicato il mio primo libro di poesie, “Raggi d’illusione”, con l’intenzione di mettere in musica le parole, poi è esplosa studiando composizione e arrangiamento jazz al Saint Louis.

Come nasce una tua canzone? Come prende forma?

La prima scintilla è un’intuizione che può nascere nel momento più inaspettato e che viene registrata con mezzi di fortuna: il cellulare, un taccuino su cui appuntare versi e note, anche un fazzoletto di carta che per l’occasione diventa pentagrammato.

A cosa ti ispiri per i testi?

Alla mia vita, a quello che vedo nel mondo e filtro attraverso le lenti dei miei occhiali verdi.

Quali sono i tuoi ascolti recenti?

Sto riascoltando tutti gli album dei Sigur Ros.

Abbiamo recensito “Nomade digitale”. Dove è stato registrato? Difficoltà nel processo di registrazione?

“Nomade digitale” è stato registrato presso gli studi IL PIANO B Progetti Sonori e masterizzato presso i Reference Mastering Studios. Il processo di registrazione è stato magico perché tutto il team era sulla mia stessa linea d’onda.

Cosa rappresenta l’artwork dell’album?

E’una foto che scattò la mia ragazza dell’epoca, in Belgio, sotto un mulino a vento. L’ho scelta perché mi ricorda Don Chisciotte.

C’è una traccia del disco che preferisci?

Le amo tutte, infatti scegliere i singoli è stato molto difficile.

“Nomade digitale” è un lavoro eclettico e sperimentale a mio parere. Quanto è importante sperimentare o l’eclettismo nella musica?

Quando scrivo il processo di composizione prende forma spontaneamente, la sperimentazione non è premeditata ma nasce seguendo l’istinto di quel momento e per fortuna quello che faccio non assomiglia troppo alle altre cose che si sentono in giro.

Un concept album psichedelico il tuo. Puoi commentare tali parole?

Concept album perché è una storia a puntate che racconta attraverso la metafora del viaggio dell’eroe alcune esperienze che ho affrontato nel lustro 2012 – 2017, in cui ho girato il mondo sia per lavoro che per esplorazioni varie. Psichedelico perché si muove in un’atmosfera surreale e allucinante.

Cosa hai provato al lancio del tuo album uscito in pieno lockdown?

La gioia di vedere finalmente nato il frutto di mesi, anni di lavoro, ma anche l’amarezza di vedere annullato il tour e non poterlo suonare dal vivo con la mia band.

L’emergenza coronavirus è un momento surreale per tanti artisti. Come la stai vivendo?

La situazione è drammatica ma come in tutte le cose cerco di imparare qualcosa, per quanto possibile trarne il meglio, che in questo caso è un’occasione di raccoglimento e meditazione, in cui posso anche concentrarmi sulla scrittura, la composizione e altri progetti creativi al di fuori della musica.

Siamo in un mondo in crisi climatica, economica ed ora anche sanitaria. Quale è il ruolo della musica in questo mondo?

Il ruolo della musica è elevare le persone, per un momento, al di sopra dei problemi, creando un piccolo universo mentale parallelo dove sentirsi liberi, ma anche una sorta di medicina senza effetti collaterali, che stimola il cervello alla produzione di endorfine e altre sostanze utili ad affrontare la vita di tutti i giorni.

Quanto è importante innovare con la propria musica?

Fondamentale. Che senso avrebbe ripetersi o produrre cose già fatte e sentite? Il mondo della musica già prolifera di cloni.

Che messaggio o messaggi vuoi lanciare o trasmettere con la tua musica?

Il messaggio è che le due cose per cui vale la pena di vivere e lottare sono la libertà e l’amore.

Teatroformattivo – Dischi e Film. Ci puoi parlare di questa realtà?

E’un’etichetta che ho fondato per produrre in modo indipendente la mia musica, affidandomi a distributori esterni o major, ma cercando al contempo di mantenere il completo controllo creativo. L’obiettivo è anche quello di cominciare presto a produrre altri artisti.

Sei anche attore. Quale è la differenza tra lavorare per la musica e per il cinema?

La differenza è evidente soprattutto da un punto di vista produttivo: il cinema richiede più denaro e risorse, per questo ha più paletti. Immagina semplicemente che un disco, anche il più difficile, si può fare tutto all’interno di uno studio, nello stesso posto, anche in completa autonomia, mentre un film richiede di spostarsi in mille luoghi e ingaggiare molti più collaboratori specializzati.

Per finire, saluta i nostri lettori e dai qualche consiglio a chi sta muovendo i primi passi nel mondo della musica…

Studiare e ascoltare moltissimo, leggere, nutrire la propria cultura anche letteraria e cinematografica oltre che musicale, vivere la vita nel modo più intenso possibile, viaggiare, scrivere molto per affinare lo stile ma, prima di pubblicare, aspettare il momento in cui si abbia davvero una storia da raccontare, quando non si possa più fare a meno di raccontarla.

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