Intervista a Gio DeCaprio
Come ti sei avvicinato al mondo della musica?
La musica è entrata nella mia vita quando ero ancora molto piccolo. Ricordo che mio padre, per la prima comunione, mi regalò un pianoforte verticale: Un regalo piuttosto insolito per un bambino, ma evidentemente aveva intuito qualcosa prima di me. Ho studiato “seriamente” per qualche anno, anche se ero molto più attratto dal cercare gli accordi a orecchio… provavo a riprodurre una melodia appena ascoltata per capire da solo come funzionasse una canzone. Probabilmente il mio rapporto con la musica è nato più dalla curiosità che dal metodo. Poi è arrivato Pino Daniele. Il suo modo di mettere insieme Napoli, il blues, il jazz e il funk per me è stato una rivelazione. Mi ha fatto capire che le radici non sono qualcosa che ti limita, ma qualcosa da cui puoi partire per andare altrove. Negli anni Ottanta ho avuto anche la fortuna di vivere un’esperienza importante accanto a Nunzio Barraco. In quel periodo ho imparato moltissimo, non soltanto dal punto di vista musicale, ma anche umano. Successivamente la vita mi ha portato su altre strade: il lavoro in una multinazionale, poi la professione di avvocato. Per molto tempo la musica è rimasta in una stanza più appartata della mia vita, ma non l’ho mai chiusa davvero. A un certo punto ho sentito che dovevo tornarci dentro non per nostalgia, ma perché avevo finalmente delle cose mie da dire.
“DeCaprio si ritrova nella figura del cantastorie”. Puoi commentare queste parole?
Sì, mi ci ritrovo molto. Anzi, forse è la definizione nella quale mi riconosco di più. Non mi sono mai sentito soltanto un musicista. Quando scrivo una canzone, la prima cosa che vedo non è necessariamente una sequenza di accordi. Vedo una scena, una persona, un gesto. A volte compare prima un personaggio, altre volte una frase o un’immagine. Da lì comincio a costruire tutto il resto. Mi piace l’idea del cantastorie perché è una figura che sta in mezzo alle persone. Non sale in cattedra e non pretende di spiegare il mondo. Racconta una storia, magari la rende un po’ più grande, un po’ più buffa o un po’ più dolorosa, e poi la lascia agli altri. È un modo di scrivere che sento molto vicino. Nelle mie canzoni cerco di raccontare le contraddizioni umane, le nostre piccole illusioni, le fughe, i desideri e anche le nostre debolezze. Spesso lo faccio con ironia, perché è il linguaggio che mi viene più naturale. L’ironia, secondo me, non rende le cose meno profonde. Al contrario, a volte permette di avvicinarsi a certi argomenti senza essere retorici. Mi piace pensare che chi ascolta una mia canzone possa riconoscere un pezzo di sé dentro la storia, anche quando il personaggio sembra molto lontano dalla sua vita.
Come hai elaborato il tuo sound?
In realtà non credo di averlo elaborato in maniera razionale, non mi sono mai seduto dicendo: “Adesso devo trovare il mio sound”. È qualcosa che si è formato nel tempo, attraverso tutti gli ascolti e gli incontri che ho avuto. Dentro la mia musica convivono la canzone d’autore italiana, il jazz, il funk, il blues, la musica brasiliana e naturalmente una forte componente mediterranea. Ci sono anche molte suggestioni cinematografiche, penso spesso per immagini. Immagino una scena, un’inquadratura, quasi una piccola colonna sonora. Per quanto riguarda i riferimenti, Pino Daniele è stato fondamentale, perché mi ha mostrato che linguaggi musicali diversi possono convivere senza perdere autenticità. Ma sono stati importanti anche gli incontri con musicisti come Nunzio Barraco, Stefano Sabatini e, più recentemente, Dario Rosciglione. Ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa. Credo che il mio sound nasca proprio da questa mescolanza, ma soprattutto dal mio modo di raccontare. Posso partire da un groove funky, da un accordo più jazzistico o da una melodia apparentemente semplice, però alla fine tutto deve servire la storia. Se l’arrangiamento è bello ma distrae da ciò che sto raccontando, per me non funziona. Non cerco di dimostrare qualcosa musicalmente, ma piuttosto di creare un mondo nel quale far entrare chi ascolta.
Il debutto ufficiale avviene con il singolo “Udinì”, registrato presso gli Abbey Rocchi Studios di Roma. Cosa ci puoi dire di questo singolo?
“Udinì” è una canzone alla quale sono particolarmente legato, anche perché ha rappresentato il momento in cui ho deciso di uscire allo scoperto. Per molto tempo ho scritto e suonato senza sentire la necessità di pubblicare. Con “Udinì”, invece, ho avuto la sensazione che ci fosse finalmente qualcosa che mi rappresentava davvero. C’erano il racconto, l’ironia, la musica suonata e quel gusto un po’ teatrale che appartiene al mio modo di scrivere. Il personaggio richiama chiaramente Houdini, ma non volevo raccontare il grande illusionista storico. Il mio Udinì è più umano, più imperfetto e forse anche più ambiguo. È uno che promette di liberarsi da qualsiasi catena, ma non sappiamo mai fino a che punto sia un mago e fino a che punto sia un abile imbroglione. Questa ambiguità mi divertiva molto. In fondo siamo tutti un po’ così: cerchiamo una via d’uscita, promettiamo a noi stessi di cambiare, proviamo a liberarci da qualcosa. E qualche volta, mentre cerchiamo di convincere gli altri, stiamo soprattutto cercando di convincere noi stessi. Musicalmente volevo che il brano avesse movimento, che desse subito l’idea di un piccolo spettacolo. C’è il groove, c’è il gioco, ma sotto la superficie rimane anche una leggera inquietudine. È una canzone sorridente, ma non completamente rassicurante. Ed è proprio questo contrasto che mi interessava.
“Udinì” vede la produzione artistica di Dario Rosciglione e il mix di Enrico Solazzo. Come è stato collaborare con loro?
Con Dario c’è un rapporto che va molto oltre la collaborazione professionale. È un amico fraterno, una persona con la quale posso confrontarmi in maniera sincera, anche quando significa mettere in discussione qualcosa a cui sono affezionato. Questa fiducia è stata fondamentale. Quando porti in studio una canzone tua, soprattutto dopo averla tenuta dentro per tanto tempo, rischi di essere troppo protettivo. Ogni parola e ogni accordo sembrano intoccabili. Dario, invece, è riuscito a entrare nel brano con grande rispetto, aiutandomi a capire cosa fosse davvero necessario e cosa, invece, potesse essere tolto. È una cosa che apprezzo molto di lui: non ha cercato di trasformarmi in qualcos’altro. Ha lavorato per far emergere meglio ciò che ero già. Con Enrico Solazzo il lavoro è stato altrettanto importante. Enrico ha una sensibilità molto particolare per gli equilibri e per i dettagli. Nel mix è riuscito a dare spazio a tutti gli elementi senza perdere il centro della canzone. E il centro, per me, doveva rimanere il racconto. Poi c’erano musicisti straordinari come Amedeo Ariano, Max Filosi e Juan Carlos Albelo Zamora. Entrare in studio con persone di questo livello è un’esperienza molto intensa che mi ha anche fatto crescere come musicista. La cosa più bella è stata sentire “Udinì” diventare qualcosa di più grande, senza smettere di essere mia.
Questo primo singolo anticipa la pubblicazione dell’album “Controtempo”. Cosa ci puoi dire in anteprima riguardo questo album?
“Controtempo” è un titolo che sento molto vicino alla mia storia personale. In musica il controtempo è qualcosa che si muove fuori dall’accento più prevedibile, che arriva dove, apparentemente, non dovrebbe arrivare. E in un certo senso anche il mio percorso musicale è stato così. Non ho seguito una strada lineare, ho iniziato molto presto, poi la vita mi ha portato altrove, e sono tornato alla scrittura e alla pubblicazione in un momento che qualcuno potrebbe considerare tardivo. Io, però, non lo vivo come un ritardo, lo vivo come il mio tempo. Questo disco nasce proprio da qui: dall’idea che non esista un unico momento giusto per fare le cose. A volte bisogna attraversare altre esperienze, perdersi un po’, occuparsi di altro, prima di trovare davvero la propria voce. Le canzoni parlano del rapporto che abbiamo con il tempo e dei diversi modi in cui proviamo a sfuggirgli. C’è chi tenta di ingannarlo, chi vuole recuperarlo, chi resta legato al passato e chi cerca una seconda possibilità. Non è un concept album in senso stretto, ma le storie sono unite da questo filo. È un lavoro molto personale. Dentro ci sono certamente le mie influenze musicali, ma soprattutto ci sono le esperienze, gli incontri e le contraddizioni che ho accumulato negli anni. Non è il disco di una persona che vuole dimostrare di essere arrivata. È il disco di una persona che, dopo molte strade, ha deciso di partire.
Progetti futuri?
Il primo progetto è naturalmente far vivere “Controtempo”. Pubblicare un disco è importante, ma per me il vero passaggio avviene dopo, quando le canzoni cominciano a incontrare le persone. Vorrei portarle dal vivo, perché sono nate per essere suonate e raccontate. Mi piacerebbe costruire uno spettacolo che non sia soltanto una successione di brani, ma un percorso, qualcosa in cui la musica, le parole e i personaggi possano dialogare tra loro. La dimensione teatrale mi interessa molto, non nel senso di fare teatro in maniera tradizionale, ma di creare un’atmosfera, accompagnare il pubblico da una storia all’altra e stabilire un rapporto più diretto. Credo che le canzoni acquistino un significato diverso quando puoi introdurle, raccontare da dove sono nate o magari lasciarle cambiare sera dopo sera. Naturalmente continuo anche a scrivere. Da quando ho riaperto questa porta, stanno arrivando nuove idee e nuovi personaggi. Non sento, però, la necessità di correre. Ho già trascorso una buona parte della mia vita pensando che alcune cose avessero una scadenza. Oggi ho un rapporto diverso con il tempo. Preferisco fare le cose quando sento che sono vere. Anche se arrivano un po’ in ritardo… anzi in controtempo!