Intervista a Raffaella Piccirillo, vincitrice del Silver Award come Musician of the Year agli ISSA Awards 2026

Raffaella Piccirillo, fresca vincitrice del Silver Award (Premio Argento) come Musician of the Year agli ISSA Awards 2026, consegnati lo scorso 22 agosto ad Atlanta. Che emozioni hai provato? Cosa puoi dirci a riguardo?

È stata una grande emozione, soprattutto perché arrivava dopo la riconferma tra i finalisti internazionali con ben 7 nomination in diverse categorie. Quando è arrivata la notizia del Silver Award ho provato una doppia soddisfazione: da una parte la gioia per il riconoscimento, dall’altra la consapevolezza di tutto il lavoro che c’è stato dietro. Negli ultimi anni mi sono abituata molto a lavorare “dietro le quinte”, occupandomi di produzione, audio, post-produzione, comunicazione e promozione, spesso anche per altri progetti. Motivo in più per il quale questo premio ha avuto per me un significato ambivalente: è stato un piccolo ritorno sotto i riflettori anche come artista. La cerimonia si è svolta ad Atlanta con una serata di gala presso il Byers Theatre del Sandy Springs Performing Arts Center, mentre io ho seguito il percorso a distanza e ho ricevuto successivamente il mio Award. Devo dire che vedere arrivare fisicamente quel cristallo a casa ha reso tutto molto più concreto 🙂

Quanto è difficile secondo te essere un’artista indipendente?

Essere artisti indipendenti significa godere di una grandissima libertà, che porta con sé una quantità altrettanto grande di responsabilità. Quando non hai una struttura discografica o un team strutturato alle spalle, ti trovi a dover essere contemporaneamente cantautrice, produttrice, fonica, videomaker, comunicatrice e ufficio stampa di te stessa. È una condizione indubbiamente faticosa, perché il tempo e le risorse sono sempre limitati, ma allo stesso tempo ti garantisce un controllo totale sul progetto e la libertà assoluta di esprimerti e di collaborare con chi vuoi, senza compromessi. Nel mio caso, è una dimensione che mi appartiene profondamente: amo seguire un brano fin dalla sua nascita, dalla sua forma più grezza, fino alla sua veste finale. La parte più complessa, forse, non è nemmeno la produzione della musica in sé, ma riuscire a farla arrivare alle persone. Puoi lavorare per mesi a un progetto, ma poi devi trovare il modo di farlo emergere in mezzo a una quantità enorme di contenuti. Guardando al mio percorso, posso ritenermi fortunata e soddisfatta di aver incontrato nel tempo validi collaboratori con cui condividere serenamente i traguardi raggiunti. Questa vittoria la dedico soprattutto a loro: a chi ha saputo davvero fare squadra, attraverso il supporto reciproco e la divulgazione musicale in questi anni.
Forse l’unico neo è che resiste ancora un forte pregiudizio culturale e provinciale che tende a confondere la musica indipendente con la musica ‘emergente’. Eppure, se guardo indietro alle mie primissime esperienze musicali, posso dire con un sorriso che sono passati già più di vent’anni! 😀

Michele Annunziata. Come è stato collaborare con lui?

Con Michele c’è stata una collaborazione molto particolare perché siamo partiti da due sensibilità artistiche differenti. La base del progetto nasce dal suo lavoro compositivo e pianistico, mentre io ho lavorato per portare quella composizione verso una dimensione più vocale, contemporanea e immersiva. La cosa bella è stata proprio vedere come il brano potesse cambiare forma senza perdere la sua identità originale. Io ho seguito la parte vocale e l’intera lavorazione produttiva e sonora, mentre Michele ha portato nel progetto la sua scrittura e il suo universo musicale. Credo che il risultato sia nato proprio dall’incontro di queste due prospettive. E il fatto che il progetto abbia portato a casa complessivamente tre riconoscimenti agli ISSA Awards, due Gold per Michele e il mio Silver, è sicuramente una bella soddisfazione per entrambi.

Piccirillo non si è limitata a prestare la voce, ma ha scolpito l’intera architettura sonora del pezzo e curato la regia del videoclip ufficiale”. Puoi commentare queste parole?

Mi fa molto piacere questa definizione, perché descrive bene il mio modo di lavorare. Per me cantare un brano non significa semplicemente fermarsi alla registrazione della voce. Quando un progetto mi coinvolge, entro in modo naturale nella costruzione del suono, negli equilibri del mix e in tutta la produzione. In fondo, una canzone si può registrare con cento intenzioni diverse ed equalizzare in altrettanti modi differenti: basta spostare un filtro o cambiare una sfumatura per ottenere risultati acustici sempre diversi e mai identici tra loro. In In The Modern Dew ho cercato soprattutto di rispettare l’essenza della composizione pianistica di Michele, ma allo stesso tempo di darle una veste che sentissi mia. Volevo che la voce, le atmosfere e la gestione degli spazi nel mix dialogassero tra loro, dando profondità al brano, quasi come se la musica avesse bisogno di respirare. Anche il videoclip è nato con la stessa filosofia: non volevo solo accompagnare la musica con delle immagini, ma costruire un’identità visiva che si muovesse insieme al ritmo e all’atmosfera della traccia. Quindi sì, “scolpire l’architettura sonora” è una definizione che mi piace. Forse perché descrive bene quella parte del lavoro che normalmente non si vede, ma che alla fine determina moltissimo di quello che l’ascoltatore percepisce.