Intervista a Iannuzziello
Come ti sei avvicinato al mondo della musica?
Ho iniziato da bambino tra il pianoforte e la chitarra classica, poi dopo i dodici anni ho scoperto il basso elettrico e lì è cambiato tutto. Suonare il basso mi ha permesso di essere versatile e di muovermi tra più generi musicali prima di approdare al jazz e, più avanti, scoprire il contrabbasso. Sono percorsi che coesistono nel mio modo di suonare di oggi, anche quando il risultato finale sembra discostarsi dal punto di partenza.
Il suo progetto artistico come band-leader, attivo da circa quattro anni, nasce dall’urgenza di coniugare l’esecuzione con una narrazione musicale che attinga dalla cultura pop e cinematografica. Cosa puoi dirci di più?
Più che un’urgenza, la definirei una deformazione: fatico a scrivere musica che non abbia una ragione autonoma di esistere. Che si tratti di poesia, di letteratura (a cui spesso attingo a piene mani), di una sequenza cinematografica o, come nel caso più recente, di una teoria improbabile presa da una serie TV, avverto la necessità di un pretesto narrativo per orientare le mie scelte formali di compositore. Il jazz mi fornisce un ampio spettro di linguaggio idiomatico, ma la narrazione resta quasi sempre il punto di partenza, anche se non una regola che mi impongo in modo rigido.
L’album di debutto “End of May”. Puoi presentarlo ai nostri lettori?
“End of May” è il mio primo disco in veste di leader, uscito per Workin’ Label, ed è nato dal desiderio di far dialogare l’avanguardia jazzistica con la tradizione classica, con un sestetto composto da Esmeralda Sella, Luca Di Battista, Edoardo Liberati, Jacopo Fagioli, Antonio Saldi e un quartetto d’archi composto da Ida Di Vita, Jamiang Santi, Riccardo Savinelli, Gianluca Pirisi. È un lavoro a cui sono legato fortemente perché segna un metodo che poi ho portato avanti in tutti i progetti successivi: partire da un’idea o una suggestione non necessariamente di matrice musicale e lasciare che sia poi la sola scrittura a tenerla assieme e a mutarne forma e contenuto.
Per “The Fool” c’è la partecipazione di Emanuele Filippi al pianoforte, Martina Barakoska alla batteria, Francesca Giordano alla voce e di un quartetto d’archi composto da Federico Morbidelli, Giuseppe Corrente, Lucia Forzati e Roberta Pastore. Come è stato collaborare con loro?
The Fool è una composizione di Aaron Parks che ho riscritto per trio e quartetto d’archi con la supervisione diretta dello stesso Aaron Parks, il che di per sé è già un privilegio non così comune. Lavorare con Emanuele e Martina significa contare su musicisti che conoscono bene il mio approccio alla scrittura e allo strumento. Ho voluto inserire nella traccia la voce di Francesca Giordano per restituire al brano la sua cantabilità originaria, ponendo maggiore enfasi sulle linee melodiche. Con il quartetto d’archi, invece, il lavoro è stato più simile alla direzione, e di conseguenza meno performativo: è stata un’esperienza che mi ha portato a ricercare un fraseggio e un’articolazione capaci di dialogare con l’estetica del jazz contemporaneo senza una vera intenzione mimetica, mantenendo però una voce propria.

“Ruhe” fonde l’estetica del jazz con la scrittura contrappuntistica di matrice classica. Che cosa puoi dirci pure di questo singolo?
Ruhe è il singolo che anticipa End of May. Nasce dalla stessa suggestione che cerco di sviluppare in quasi tutto ciò che scrivo: smontare una melodia di derivazione jazzistica e reintrodurla in un impianto contrappuntistico che guarda alla scrittura classica del primo Novecento. È un brano raccolto, quasi meditativo. Il titolo, non a caso, significa “quiete” in tedesco, ed è ispirato a un’acquaforte di Max Klinger, parte del ciclo Ein Handschuh.
A chi si rivolge la tua musica?
Non riesco a pensarla in questi termini, sinceramente. Scrivo per rispondere a un’esigenza di natura creativa e di conseguenza compositiva, non pensando a un segmento di pubblico che possa accoglierne l’esito con favore. Non per questo, però, ritengo che la mia musica sia autoreferenziale: mi piace pensare che le mie idee possano entrare in risonanza con qualunque tipo di pubblico, di qualunque estrazione. Mi oppongo da sempre a definire il jazz una musica di nicchia: nella sostanza non lo è, incontra semmai una certa resistenza negli ascoltatori più per ragioni legate all’abitudine che al gusto personale. Vorrei invece, come avviene per i musicisti con cui ho il privilegio di collaborare, che ascoltatori di ogni provenienza geografica o sociale potessero essere incuriositi dalla mia musica, senza preclusioni legate ai generi o a una logica settoriale.
“The Dobler-Dahmer Theory” è il nuovo singolo di Mario Iannuzziello. Ci puoi parlare della genesi di questo pezzo? Cosa lo ha ispirato?
Parte da una teoria improbabile enunciata da un personaggio di How I Met Your Mother secondo cui lo stesso romantico gesto viene inteso in modo diametralmente opposto in base a come è percepito da chi lo riceve. Ho scritto il brano nel periodo che ho trascorso in Olanda, ed ho deciso di tenerlo da parte per un po’, sino a quando non ho trovato dei musicisti che avessero la sensibilità giusa per approcciarlo. Ho pensato allora ad Addison Frei ea Diego Joqauin Ramirez, che si sono rivelate le persone giuste per interpretare, rielaborare, e portare dunque al livello a mia idea.
Quanto è importante sperimentare con la musica?
È l’unica cosa che mi impedisce di annoiarmi di ciò che scrivo. Sperimentare, per me, non significa inseguire a tutti i costi la novità formale, ma permettermi di partire da materiali che apparentemente esulano dai linguaggi a me più familiari, per poi verificare, attraverso la ricerca, se resistono al confronto con il bagaglio che ho già acquisito. Da lì, laddove intravedo un margine di sviluppo, cerco soluzioni che tengano più elementi assieme, senza che uno debba necessariamente prevalere sull’altro. È l’idea che ho cercato di portare avanti nei miei ultimi progetti, avvalendomi di collaborazioni anche estranee, in parte se non del tutto, al jazz. Mi incuriosisce vedere le mie idee compositive declinate da più musicisti e in più direzioni, senza però dimenticare da dove provengo.
Per finire, cosa bolle in pentola per Mario Iannuzziello?
Il nuovo album The Town Does Not Exist, edito per Alfa Music e distribuito da Believe, con Addison Frei e Diego Joaquin Ramirez: The Dobler-Dahmer Theory è solo l’ultima tappa di un percorso partito con The Fool e The Door Behind The Door. In parallelo sto completando la tesi in Composizione Jazz presso il Conservatorio di Bari, dal titolo Variations, che indaga il dialogo tra jazz e scrittura cameristica europea passando per Debussy, Ravel, Milhaud e Stravinsky, con l’obiettivo dichiarato di approdare alla scrittura di un concerto per jazz trio e quartetto d’archi.