Adriano Denaro – è uscito “Inscape”
Inscape è una composizione elettronica articolata in quattro brani (Ater, Ion, Revelant e Warmth) del compositore e docente di tecnologie musicali Adriano Denaro.
L’autore – prediligendo un uso esclusivo di sintetizzatori analogici e registratori in presa diretta – crea un “flusso di coscienza sonoro” in cui composizione ed esecuzione coincidono in una sorta di dialogo estemporaneo tra l’impulso sinaptico-neuronale e quello analogico-digitale.
La musica desidera allontanarsi dalla sua natura meccanica per diventare linguaggio introspettivo, viva risonanza di uno stato interiore in cui i sintetizzatori non eseguono ma rispondono a un gesto. Il contatto è ciò che modella e guida un domino di possibilità sonore libere, ma calibrate dalla percezione sensoriale secondo il paradigma musicale più antico: il principio di tensione e distensione, attraverso il quale la materia prende forma tramite micro-variazioni a tratti impercettibili. Il compositore guida gli strumenti non per descrivere o donare significato all’invisibile, ma per modellarne la forma. Egli desidera che la musica possa rappresentare il non-luogo in cui racchiudiamo i frammenti appesi della nostra coscienza, un limbo in cui i suoni sono liberi di muoversi.
La complessità della composizione estemporanea risiede nell’assenza di qualsiasi margine di errore: ogni feedback è subito contestualizzato e manipolato. La macchina diventa così un’estensione involontaria del corpo; non c’è spazio per intellettualismi ma solo per l’istinto. Quasi come risposta di un sistema inconscio, i suoni si fanno specchio immediato della propria interiorità. La composizione non desidera precedere l’esecuzione: le due dimensioni coesistono in un atto di improvvisazione in cui il presente è l’unica realtà possibile per fotografare i pensieri e gli stati emotivi di un attimo. L’esecuzione rappresenta così una radiografia sonora del nostro subconscio, come asserisce lo stesso compositore: «una dimensione in cui il timbro diventa forma tangibile del luogo in cui il pensiero plasma le immagini».
In un mondo sempre più assorbito dalla tecnologia, questa idea non appare rivoluzionaria in quanto figlia del proprio secolo, quanto piuttosto interessante dal punto di vista sociologico, specchio del rapporto tra società e tecnologia. Un’impronta sonora che passa dalla realtà quotidiana a una realtà creativa. Il confine tra impulso neuronale (generato da processi elettrochimici) ed elettrico (generato artificialmente) si annulla, dialogando come entità indistinte. La mente non guida l’impulso elettrico; piuttosto, i due impulsi si ascoltano e si influenzano a vicenda. Un gioco tra due ascoltatori che, oggi sempre più spesso, comunicano cercando di riconoscersi. Un atto creativo che racconta e, in parte, immortala la fotografia non di una sola coscienza, ma di una coscienza collettiva. La composizione diventa così uno specchio sociologicamente accurato.
Descrizione dei brani
Ater: Il primo brano racchiude il dilemma esistenziale. Il non detto (l’inudibile) si veste di rumore bianco, con in sottofondo una pulsazione crescente e ossessiva. Suoni squillanti e riverberi profondi gravitano attorno a una pulsazione che con perseveranza muta e resiste all’ambiente, fin quando non ne diventa protagonista. Il controllo predomina: il suono compare e si dissolve ritornando alla sua origine (il rumore bianco).
Ion: Nel secondo brano, invece, la distorsione e il rumore bianco squarciano l’ambiente come un tuono lontano. Il suono è libero, il controllo scompare e le vibrazioni si fanno sempre più varie e fluttuanti, governando un ambiente in cui, piano piano, una frequenza crescente si fa strada con un’energia sempre più dirompente. Questa raggiunge l’acme e scompare, racchiudendo in se stessa una pulsazione ossessiva e costante.
Revelant: Nel terzo brano la distorsione e l’ossessione si incontrano per dare forma, durata e altezza a un’idea musicale precisa: una linea melodica che procede con un continuo movimento di andata e ritorno, rapendoci dentro un loop ipnotico. Anche lo spazio, ricco di riverberi, muta. Da un luogo aperto si passa a un ambiente in cui i suoni sembrano ingabbiati dentro una scatola scomoda, alla quale però il suono si adatta, riconoscendo il proprio spazio. Intorno alla metà della composizione i profili si invertono: la distorsione, inizialmente protagonista, passa sullo sfondo. Seppure tutto si muova, l’ossessione resta, ma in senso contrario alla staticità dell’ambiente.
Warmth: Nell’ultimo brano distorsioni e suoni ossessivi sembrano trovare un equilibrio, una nuova stabilità che rende il suono il protagonista assoluto. Eppure anche qui, dopo i primi due minuti, qualcosa si incrina: il suono disturbato si mischia ad altri suoni che cercano di remare verso una progressiva definizione tematica. Come un’alba, la risoluzione sorge lentamente, per poi ritornare all’uso di suoni sparsi che affollano l’ambiente, assorbendo tutte le frequenze in un crescendo vorticoso fino al punto di non ritorno, finché tutto scompare e implode.
Nel complesso, i brani dell’album rimandano a una conversazione allo specchio, donando all’opera un’aura quasi irreale e metafisica. È il racconto di un suono che ascolta se stesso nel suo stesso processo di creazione, nell’atto di esistere, e da lì prende respiro nella consapevolezza relazionale con altre frequenze. Per quasi tutto il tempo l’ascoltatore, infatti, non avverte la sensazione uditiva di una mescolanza tra suoni; nella sua memoria, tuttavia, resta l’idea del suono come qualcosa di unitario e ambivalente. Il suono come eco della coscienza: a tratti calmo e naturale, in altri invece irruento e incomprensibile.
Il compositore, alla fine, ci rende protagonisti di un paesaggio interiore complesso. Dentro questo labirinto in cui siamo condannati e scusati, vittime e carnefici, in alcuni momenti riusciamo quasi a tratteggiare contorni nuovi a noi stessi. Immaginiamo, studiamo e ci analizziamo ma, alla fine, ancora oggi come scrisse qualcuno, ognuno di noi potrebbe affermare che «l’essere umano è un abisso, e vengono le vertigini a guardarci dentro».
A cura di Gaia Maimonte.