Intervista a Francesco Morittu
Come ti sei avvicinato al mondo della musica?
Inizialmente da ascoltatore. Sin da bambino, infatti, amavo mettermi le cuffie e immergermi nei suoni che venivano fuori dai vinili che trovavo in casa. In quella dimensione del tutto privata, al riparo dalle voci e dai rumori del mondo esterno, ascoltavo un po’ di tutto, da Beethoven a Baglioni, da De André a Bach. Poi, verso i quindici anni, ho avuto un innamoramento per l’armonica a bocca, mi entusiasmava l’idea di metterla in tasca e portarmela ovunque. Tuttavia aveva il grosso limite di non permettermi di cantare e di suonarla contemporaneamente, così, di lì a poco, imbracciai una chitarra che in casa nessuno usava e che rimaneva stipata dentro un armadio. Fu una folgorazione.
Sei musicista eclettico e trasversale. Quale strumento prediligi e perché?
Non sono un poli-strumentista, ma sulla chitarra cerco sempre di elaborare, disciogliere e comprendere i vari dialetti musicali di cui mi innamoro. Sia che mi trovi di fronte ad una pagina di Villa-Lobos, ad una suonata di launeddas di Efisio Melis o ad un solo di Coltrane, ad esempio, cerco sempre di capire e assimilare i meccanismi che hanno portato quei compositori a costruire quella musica in quel modo e non in altri. Cerco cioè di comprenderne i principi strutturali e, possibilmente, di scorgere al loro interno le scelte che hanno generato tanta verità e bellezza. Questo approccio, ovviamente, rappresenta anche il fondamento della mia formazione di compositore e di ricercatore.
Ailem Carvajal. Come è stato collaborare con lei?
Ailem è un’eccellente compositrice di origine cubana che da molti anni vive a Parma. E’ prima di tutto un’amica e negli anni in cui anche io ho vissuto in Emilia spesso ragionavamo sulla possibilità di collaborare insieme. L’occasione si è presentata quando Ailem ha cominciato a progettare il suo album “Isla” che raccoglie i brani, sia vocali che strumentali, più significativi e rappresentativi del suo percorso di compositrice. A me chiese di incidere “Feketek” sei miniature per chitarra da lei scritte anni addietro. Fu un’esperienza fantastica e anche molto formativa. Le sei miniature sono delicatissime, chiedono all’interprete bravura esecutiva ma anche scelte estremamente accurate sul timbro e sul rapporto tra suono e silenzio. Proposi ad Ailem la mia interpretazione con le mie diteggiature, ci confrontammo in più occasioni, anche on line, fino a che non ci trovammo in reciproco accordo nel ritenere “Feketek” pronto per lo studio di registrazione. Posso dirmi onorato di aver avuto la possibilità di prendere parte ad un progetto così intenso come “Isla” che meritatamente ricevette nel 2013 il prestigioso premio “Cubadisco” nella sezione dedicata alla musica contemporanea.
“Amal Fatah”. Lo puoi presentare ai nostri lettori? Quali sono le differenze con “Nautilus”?
“Nautilus” è in sostanza un’antologia di brani composti con differenti scopi (studi strumentali, musica per teatro, brani da concerto) e in diversi periodi, accomunati dalla matrice comune dell’improvvisazione, qui intesa non tanto in senso jazzistico, quanto piuttosto come composizione estemporanea, naturale estensione in ogni direzione del materiale scritto e arrangiato in precedenza. In Nautilus ogni brano è pensato per essere trattato in maniera “aperta” pur presentando un nucleo tematico molto ponderato e ben definito. “Amal Fatah” è invece il resoconto di una ricerca compositiva svolta nell’arco di un ventennio in cui ho cercato di coniugare l’amore per la musica di tradizione orale della mia terra, la cui conoscenza mi deriva dalle ricerche sul campo condotte negli anni degli studi in etno-musicologia al DAMS di Bologna, con la mia formazione mista di autodidatta con una forte propensione per la pratica dell’improvvisazione e di chitarrista classico con studi accademici. È in sintesi un concept che nasce dall’urgenza di risolvere un conflitto identitario derivato dall’appartenenza a due mondi, quello colto e quello popolare, che non si limita all’ambito creativo ed estetico, ma che si riflette anche nelle scelte professionali e più in generale nelle modalità del “fare musica”. Con “Amal Fatah”, che si articola attraverso un continuo dialogo tra la chitarra campidanese e quella classica, credo di essere riuscito a mettere insieme in maniera reciprocamente funzionale la gioia di un ballo sardo danzato in cerchio fino allo sfinimento, ad esempio, con le suggestioni timbriche ed evocative che tanto ho amato nella musica per chitarra del compositore giapponese Toru Takemitsu. E quando l’ansia derivata dal conflitto finalmente retrocede, ecco che lo sguardo si rivolge altrove, e ti rendi conto che i tuoi simili che abitano al di là del mare, esattamente come te, fanno musica per attenuare le sofferenze e tentare di risolvere i conflitti con la natura e con quel complesso e variegato insieme di emozioni, odori, pensieri, speranze, dolori e azioni che chiamiamo esistenza.
Nel 2020, in piena pandemia, hai scritto Attitus. Come hai vissuto quel triste periodo che ha afflitto tutti?
L’ho vissuto da privilegiato, grazie al fatto che insegnando a scuola ho potuto continuare a dare lezioni ai miei alunni on line senza muovermi da casa. E quello di cui avevo bisogno in quel periodo era proprio di tempo, tempo per stare a casa e scrivere musica che mi era stata commissionata poco prima della pandemia. Stavo appunto lavorando ad un brano per il duo Cordas et Bentu, composto da Maria Luciani alla chitarra e da Francesca Apeddu al flauto, quando improvvisamente ci siamo ritrovati tutti chiusi in casa, le strade deserte e le piazze vuote. Scenario da film distopico. Tante sono le cose che allora sono state dette e che ancora si diranno, ma a me in quei mesi girava di continuo in testa una domanda fondamentale: “quanto ne sappiamo noi della morte?”. Ossia “quanto ne parliamo, quanto fa parte delle nostre vite?”. La risposta che mi diedi fu: “Niente, non ne sappiamo niente”. Ci consumiamo la vita tra lavoro, internet e aperitivi e la morte è quasi un errore di sistema, una seccatura con cui avere a che fare. Chi muore non consuma, non c’è spazio per lei in questa società ormai interamente votata al consumo e al guadagno. Ecco perché “Attitus”. Gli Attitus erano le lamentazioni funebri che in Sardegna le prefiche cantavano per piangere il morto, ricordarne la vita e le cause della dipartita. Erano dei rituali che svolgevano la funzione fondamentale di riequilibrare il rapporto tra la vita e la morte per chi in vita rimaneva, riaffermando implicitamente l’assurdità di pensare la prima senza la seconda.
Se la tua musica fosse un libro, una città o un quadro?
Non sarebbe più musica, ma, in tutti e tre i casi, qualcosa che dalla musica trae profondo nutrimento.
La musica è certamente un viaggio interiore….Cosa vuol dire per te fare musica?
La musica può certamente rappresentare uno strumento privilegiato nella conoscenza di sé stessi, il che non è mai un’esperienza leggera e priva di traumi. Accade spesso di trovarsi nella necessità di fronteggiare le proprie paure e i propri limiti mentre i sacrifici, gli ostacoli, le cadute e i fallimenti non si contano più. Tuttavia, credo che non bisognerebbe mai soffermarsi troppo su sé stessi dimenticando che la musica prima di tutto è un’esperienza collettiva che presuppone un “noi”. Sono certo del fatto che se la spinta ad agire possa essere individuale, il vento che poi la raccoglierà e la trasformerà in volo sarà diretta espressione delle urgenze di una comunità, piccola o grande che sia, che opera e agisce nell’interesse dei suoi membri. Non mi riferisco tanto all’ascesa in ambito professionale, per la quale vale comunque quanto detto, ma piuttosto alla propria realizzazione come musicista. Se scrivo un brano sto implicitamente dando il mio punto di vista su qualcosa, sto prendendo posizione e lo faccio, consapevolmente o no, in rapporto al fare musica della comunità all’interno della quale mi riconosco, mi rivolgo e a cui appartengo. Questo rende il fatto di scrivere utile, oltre che divertente. Nella mia esperienza in seno alla musica di tradizione orale sarda, come chitarrista che accompagna i versi dei poeti improvvisatori e all’occorrenza qualche ballo, ho imparato proprio questo: sei utile a qualcosa che non è solo tuo, ma di tutti, qualcosa, cioè, che si può realizzare solo con l’apporto di tutti.
Come nascono i tuoi brani? Parla del processo creativo alla base….
I miei brani nascono spesso da frammenti strumentali che realizzo improvvisando sulla chitarra e che annoto in un quaderno quando li trovo interessanti. Successivamente ci torno, li modifico, fino a che non comincia a delinearsi una “storia” un “racconto” che legittima la forma che prenderà il brano. Quando finalmente riesco ad intravedere la storia anche a grandi linee, abbandono la carta e lavoro direttamente al computer su Finale realizzando la partitura per lo più a mente, fino al completamento del brano. Ultimamente ho trovato molto comodo anche il fatto di registrare i frammenti con l’ausilio di una DAW per riorganizzarli successivamente a seconda della forma che voglio imprimere al brano. Questo procedimento mi permette di non perdere dei momenti che nascono dall’improvvisazione e che non è sempre facile richiamare alla memoria quando li si vuole fissare.
Qualche nuovo progetto in cantiere?
Oltre alla mia attività solistica promuovo con molto entusiasmo gli “Arrepicus”un progetto di gruppo di recente formazione che in linea con “Amal Fatah” si prefigge di produrre musica nuova cercando nuove traiettorie tra colto e popolare. Qui i miei compagni di viaggio sono Stefano Colombelli, voce e contrabbasso, Carlo Pusceddu, voce e percussioni e Giulia Pisu e Irene Coni alle voci. L’ambito in cui facciamo ricerca è quello del ballo e del canto sardo a quattro (cuncordu) mentre i linguaggi di partenza che utilizziamo vanno dalla scrittura accademicamente intesa all’improvvisazione radicale.