Intervista a Daniela Spalletta e Stefania Tallini
Come vi siete conosciute?
Ci siamo incontrate la prima volta nel 2018, al Jazzit Fest, il festival itinerante organizzato da Luciano Vanni che si proponeva proprio di creare formazioni inedite con repertori originali appositamente composti per il festival. Sin da subito ci siamo accorte di una bella sintonia artistica: da lì, infatti, non trascorse molto tempo prima di incontrarci di nuovo.
Il risultato è un concertare multiforme in cui epoche ed estetiche, seppur lontane nel tempo e nello spazio, dialogano creando un gioco di rimandi dall’imprevedibile divenire. Potete commentare queste parole?
Descrivono perfettamente quello che abbiamo scelto di fare nel nostro progetto e quello che da anni ormai facciamo con la nostra musica, anche nei nostri percorsi individuali: poiché siamo fermamente convinte che non esista, di fatto, alcuna separazione, cerchiamo di far dialogare i mondi “lontani”, classico e jazz, scrittura e improvvisazione, antico e contemporaneo, in un perenne e meditato abbraccio.
“Con fuoco” è il nuovo album di Daniela Spalletta e Stefania Tallini. Lo potete presentare ai nostri lettori?
“Con fuoco” è un album che percepiamo come maturo, nel senso più bello del termine. Non è un punto di partenza, né di arrivo, del nostro percorso artistico insieme, ma è arrivato lentamente, nel pieno di un’intesa coltivata a lungo. Fare musica insieme è come avere una relazione, ci si conosce poco a poco, ci si capisce piano piano e questa crescente consapevolezza diventa essa stessa parte della musica, la arricchisce e la completa.
La cover di Paolo Galletta ben traduce in immagine il contenuto sonoro dell’album. Cosa potete dirci a riguardo?
Paolo è un artista incredibile con una capacità estremamente rara di osservare la realtà da prospettive sorprendenti e commoventi e di creare una sintesi di grande impatto. La sua fotografia-dipinto, che abbiamo scelto come cover del disco, è piena di poesia e descrive e sintetizza magistralmente la “relazione” che intercorre nel nostro duo: siamo diverse e speculari, lontane e vicine, in un contesto che ha un tempo e uno spazio indefiniti.
Quanto è importante sia la sperimentazione che la ricerca sonora?
Sono fondamentali, direi l’essenza stessa dell’attività musicale e artistica e richiedono tempo e dedizione. Mai come nel nostro mondo contemporaneo, così veloce e pericolosamente superficiale, la musica, l’arte in generale, hanno il dovere di scuotere e mostrare un’alternativa, di orientare le nuove generazioni verso una attitudine differente, di profondità e ricerca.
…performance nei teatri e festival di tutta Italia..Cosa non deve mancare in un vostro concerto?
Non devono mancare la cura e l’attenzione di tutte le parti coinvolte, organizzatori, fonici, tecnici, etc., verso il risultato finale del concerto, concetto apparentemente banale, ma di fatto a volte non così scontato. Suonare dal vivo un repertorio estremamente complesso e tecnicamente impegnativo, senza artifici, in una formazione sostanzialmente acustica, richiede un’altissima concentrazione e l’esigenza fondamentale di un ascolto ottimale. In un contesto così delicato e “nudo”, i fonici e la strumentazione sul palco diventano essenziali ed hanno una fortissima responsabilità sulla musica che creiamo. Possono diventare i nostri migliori amici, oppure il contrario!
Qualche aneddoto, episodio particolare che vorreste raccontarci riguardo il vostro percorso musicale?
Il primo concerto in duo a Piazza Armerina, in Sicilia, è stato molto emozionante, divertente, pieno di belle sorprese, il pubblico siciliano è speciale e caloroso… e poi, il concerto al Quirinale, nel febbraio 2023, trasmesso in diretta su Radio 3: portare la nostra musica in un luogo così denso di storia e bellezza, è stata un’esperienza memorabile, che è lì, vividamente impressa nel nostro cuore.