Crea sito

>>Tutti i guai di Expo 2015

Milano, palazzo della Regione. Come un faro che si affaccia sull’oceano, il Grattacielo Pirelli si erge a guardiano della metropoli. Ma di mare ci sono solo gli investimenti nel mercato del mattone, un’onda vorace che si protrae fino alla provincia in nome di un’unica omologante idea di progresso: costruire, erigere, innalzare. Dalle finestre del trentanovesimo piano si scorgono i padiglioni di Expo 2015: dall’1 maggio al 31 ottobre 2015 la capitale morale d’Italia sarà centro del mondo. L’esposizione universale (costo totale 1,3 miliardi e 20 milioni di visitatori preventivati) vedrà la partecipazione di 147 paesi che per sei mesi avranno gli occhi puntati sulla città meneghina. Impresa preannunciata il 6 aprile 2008 con una parata dal sapore americano che portò per le strade duecentomila persone. Coriandoli, festoni colorati, bancarelle di prodotti etnici: in testa alla folla l’allora sindaco Letizia Moratti sfilando a bordo di un pullman scoperto lungo corso Buenos Aires, via dello shopping milanese, annunciava: “Milano città dell’Expo, ogni cittadino sarà protagonista”. Ad applaudire all’unisono la sindaca, tutto il centrodestra e il centrosinistra nazionale, uniti nella medesima corsa verso il grande evento. Il tema? Nutrire il pianeta, con una sorta di commovente terzomondismo negli occhi. L’indomani i quotidiani titolano “Victory parade, Milano ce l’ha fatta”: finalmente l’Italia, uscita negli anni scottata da altre gare internazionali, ha il suo primato mondiale e tutto ciò grazie alla sua capitale morale.
Del primato se ne accorge anche Carmelo Novella, originario di Guardavalle provincia di Catanzaro e residente nell’hinterland milanese a San Vittore Olona, frazione di quella Legnano con la statua di Alberto da Giussano in piazza. Compare Novella è boss della locale di ‘ndrangheta denominata “Lombardia”: dai magistrati considerato il “capo dei capi”, a lui fanno riferimento tutti gli affiliati della regione padana. Il suo cruccio, dopo tanti anni a far affari al nord seguendo ordini impartiti dalla Calabria, è quello di scindere la Lombardia dalla casa madre. L’idea secessionista gli costa la vita: muore ammazzato il 14 luglio 2008. Perché sia chiaro: Lombardia e Milano si preparano ad accogliere il grande evento. Lo ha ufficializzato il sindaco un mese prima. E nella Milano dell’Expo c’è posto per una sola ‘ndrangheta: unita e compatta. In quella stessa Milano in cui nel maggio 2009 è eliminata la commissione comunale antimafia. Qualche mese dopo, ad ottobre 2009, nel circolo Arci Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano l’avvocato tributarista Pino Neri, condannato in primo grado per associazione a delinquere di stampo mafioso, riunisce i vertici delle cosche e prende le redini della ‘ndrangheta lombarda: bisogna sostituire Novella e mettere ordine fra le ‘ndrine.

Bisogna organizzarsi, il tempo stringe e guai a fare brutta figura con le altre nazioni: l’agire è locale, ma il carico internazionale. Milano aspetta da vent’anni una nuova linea metropolitana? Ci pensa Expo. A Milano la crisi ha fatto chiudere aziende, aumentare disoccupazione e manca il lavoro per i giovani? La soluzione è sempre Expo. Anche l’hinterland si attrezza: ogni comune vicino all’area espositiva ha un assessore con delega Expo. Nei Piani di Governo del Territorio si inseriscono creazioni di hotel e centri commerciali: da qualche parte i visitatori dovranno pur dormire, far compere, divertirsi, passare del tempo. Come a dire: far ripartire l’economia nazionale investendo nei piccoli centri cittadini. Expo diventa per la provincia milanese un pretesto per costruire e cementificare. Sono in pochi a parlare di come dal 2011 al 2015 il boom della cantieristica possa trasformarsi in terreno fertile per l’illegalità proprio a partire da quei comuni di modeste dimensioni in cui l’infiltrazione della criminalità di stampo mafioso è avvenuta negli anni fra la cecità delle istituzioni e il silenzio di una stampa spesso servile. Per risvegliare le coscienze ci vorranno lo scioglimento del primo comune lombardo per mafia, Sedriano nell’ottobre 2013, e maggio 2014 con l’inizio del processo ‘Grillo parlante’ che vede coinvolto l’ex assessore alla Casa di Regione Lombardia Domenico Zambetti, accusato di aver ricevuto voti dalle cosche. Pensare che nel gennaio 2010 il prefetto Gian Valerio Lombardi, introducendo la prima audizione della commissione parlamentare antimafia, dichiarava: «A Milano la mafia non esiste». Tanto che al tempo il sindaco Moratti affermava pubblicamente l’inesistenza del pericolo di infiltrazioni negli appalti bocciando la proposta di monitorare i cantieri Expo.

E’ da mesi, però, che grossi camion con insegne rosse blu e bianche circolano nei cantieri lombardi: è la Perego General Contract di Lecco che riesce ad imporsi nei più importanti interventi urbanistici del nord. Sessantaquattro, per la precisione. Suo l’appalto per la costruzione dei nuovi edifici giudiziari di via Pace, quelli su cui si affacciano gli uffici della DDA. Regione Lombardia gli assegna grandi opere pubbliche come l’ospedale Sant’Anna di Como. A Milano i camion della Perego capeggiano nel cantiere del Portello e City Life. L’impresa di movimento terra tenta anche l’assalto ad Expo: successivamente gli inquirenti attesteranno che sotto la frenesia imprenditoriale c’è una famiglia di ‘ndrangheta, gli Strangio. E che il titolare, il giovane imprenditore Ivano Perego, condannato a dicembre 2012 in primo grado per associazione a delinquere di stampo mafioso, aveva messo l’azienda nelle mani Salvatore Strangio, il quale acquisì il controllo delle attività della famiglia Perego per conto della ‘ndrine di Platì e Natile di Careri. A luglio 2010 scattano gli arresti di Crimine-Infinito: 300 presunti affiliati finiscono dietro le sbarre di Lombardia e Calabria. Fra questi anche il lombardissimo Ivano. Movimento terra, business del mattone, appalti pubblici, infiltrazione nelle amministrazioni comunali. Una ramificazione che collega in una rete malsana l’ex direttore della Asl di Pavia all’autotrasportatore della Brianza con la licenza elementare. Ma il centro di tutti gli affari sembra essere proprio Milano e il suo hinterland su cui sorgono i cantieri di Expo“Nutriamo il Pianeta – Energia per la Vita”. Gli investigatori intercettano i boss parlare dei meccanismi illegali tramite cui assicurarsi gli appalti: la grande opera che la politica presenta come avvenimento internazionale salvifico è da assicurarsi ad ogni costo. Non c’è spazio per Camorra o Cosa Nostra. E la sorte di Perego sta a cuore a molte famiglie giù in Calabria: fa gola agli Oppedisano di Rosarno, nipoti di Domenico boss della cupola; fa gola alla (mala)politica lombarda che intravede nella vicinanza con l’azienda vantaggi per il proprio partito. Tutti vogliono l’imprenditore lecchese Ivano Perego. È Antonio Oliviero, ex assessore provinciale Udeur passato al Pdl e genero della famiglia Mancuso, ad introdurlo nella Compagnia delle Opere, organizzazione vicina a Comunione e Liberazione. In cambio Perego deve sostenere la carriera politica di Oliviero: si dice che potrebbe essere lui la guida di Expo 2015.

Il cantiere viene infine inaugurato a 1.300 giorni dall’inizio del grande evento: è il 28 ottobre 2011 e in presenza dell’amministratore delegato Giuseppe Sala e dell’allora commissario generale e presidente di Regione Lombardia Roberto Formigoni parte il primo appalto relativo alla pulizia dell’area, sgombero e rimozione interferenze. È assegnato alla Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna (CMC) con un ribasso del 42,83% sulla base d’asta: 58,5 milioni rispetto al valore iniziale di 90 milioni. La cooperativa rossa lega a numerose inchieste la Tav a Sigonella e al Ponte sullo Stretto di Messina. «Il massimo ribasso ci ha consentito di risparmiare tempo. La necessità è di fare in fretta – dichiara Sala – abbiamo l’obbligo di avviare i lavori al più presto, altrimenti si blocca tutto». Già allora i più scettici parlavano del rischio derivante dall’affidare ai privati la gestione della cosa pubblica attraverso la cessione di appalti al massimo ribasso: è il modello Bertolaso, il ‘modello della cricca’. Nel frattempo si affida il secondo appalto: costruzione della piastra espositiva in cemento armato. Ad aggiudicarselo è la Mantovani Srl. A febbraio 2013 l’amministratore delegato Piergiorgio Baita viene arrestato per associazione a delinquere finalizzata all’emissione di fatture per operazioni inesistenti e dichiarazione fraudolenta, e a Bologna la procura arresta il vicequestore aggiunto ed ex assessore alla sicurezza Giovanni Preziosa: secondo gli inquirenti avrebbe ceduto alla Mantovani Srl informazioni riservate estratte dalle banche dati della polizia. Intanto i lavori vanno a rilento, di Expo i giornali non parlano e l’esposizione universale esce per un lungo periodo dal dibattito nazionale: le ruspe sono ferme, le braccia meccaniche sostano a penzoloni su terreni precedentemente smembrati. Per chi ogni giorno percorre in treno la linea ferroviaria Milano-Torino lo scenario è sconfortante: ma i pendolari mattino e sera sono stanchi, e ognuno sul vagone pensa ai fatti suoi, quasi nessuno guarda oltre al finestrino. Solo a marzo 2014 a Milano si ricomincia pubblicamente a parlare di Expo. Vuoi le inchieste giornalistiche, vuoi gli arresti e i continui scandali fra classe imprenditoriale, politica e criminale lombarda. L’ultimo il 20 marzo: le manette scattano per Antonio Giulio Rognoni, ex dirigente di Infrastrutture Lombarde. Otto misure cautelari, una trentina gli indagati. Dalle intercettazioni emergono assegnazioni di future gare d’appalti al limite del legale. Improvvisamente l’Italia si ricorda di avere da tre anni un cantiere a cielo aperto su cui sorge una grande opera incompiuta che interessa 147 paesi del mondo e dalla cui buona riuscita dipenderà la nomea internazionale non solo di una città, ma di una nazione intera: la nostra. In cantiere arriva in visita il premier Matteo Renzi e il nuovo presidente lombardo Roberto Maroni incentiva gli incontri con il ministro Infrastrutture e Trasporti Maurizio Lupi e il prefetto Francesco Tronca. Mancano dodici mesi.

Oggi, tra appalti e subappalti, le aziende attive sull’area sono 150. Si calcola che a piastra espositiva ultimata saranno 600. Sulla regolarità delle imprese saranno svolti solo accertamenti preventivi: i titolari dovranno semplicemente fornire documenti per riempire banche dati, ma non sono previste vere e proprie ispezioni. E snellendo i controlli per accorciare i tempi il rischio è che le società straniere firmino contratti di tipo privatistico senza gare: un sistema che favorisce l’infiltrazione di aziende colluse. La fine dei lavori della piastra espositiva è prevista per novembre 2014, il recupero della Darsena e dei Navigli per febbraio 2015 e la fine dei lavori sulle vie d’Acqua per aprile. Il primo maggio 2015 tutto deve essere pronto. Visti gli effettivi ritardi, dovuti anche a una politica incapace di arginare il rischio infiltrazione dei clan negli appalti, come si può ora, a ventiquattro mesi dall’inaugurazione del grande evento, conciliare rapidità e controlli antimafia? I lavori saranno conclusi in tempo? Cosa c’era prima di Expo? Terreni agricoli. Cosa ci sarà dopo? Con molta probabilità uno stadio rossonero. La proposta di spostare la facoltà di agraria sull’area, pari a 110 ettari, è fallita. A oggi la società calcistica AC Milan Spa è l’unica in grado di colmare il buco da 200milioni di euro che il Comune di Milano si è portato a casa pur di avere entro le proprie mura Expo 2015. Ma Milano com’è messa in quanto a smantellamenti e riutilizzo di aree preesistenti?

Emblematica la vicenda dell’ex Fiera Campionaria, sorta nel 1922 a nord della città, il cui declino è legato al concepimento di Expo 2015. Dopo più di mezzo secolo di lustri, a fine anni 80 la politica decide che la storica Fiera non serve più: il nuovo polo fieristico di Rho-Pero è pronto, il vecchio va smantellato. Chi si prenderà il compito di demolire i padiglioni, e una volta ripulita che ne sarà di quell’area? Fondazione Fiera ha deciso, il Comune di Milano acconsente: sarà il colosso City Life ad occuparsene. All’interno della smania di privatismo il Comune delega totalmente a Fondazione l’impostazione dei progetti. Sono gli anni di una politica che vuole una metropoli chic, smart, cool. Lo ricordano i cartelloni pubblicitari e il bombardamento mediatico: Milano è progresso, consumo, moda, finanza, design. La città è presentata come emblema per le metropoli italiane ed europee, allegoria di un’idea di crescita verso l’alto: ecco perché la capitale morale d’Italia per essere modello per il resto del mondo ha bisogno di grattacieli che superino l’ormai pensionabile Madonnina del Duomo. Fondazione Fiera individua in City Life l’acquirente prediletto per la riqualificazione dell’area, tanto da proporgli un indice di edificabilità pari a 1,15 mq/mq (il doppio di quello consentito negli altri riusi di aree dismesse mettendo a rischio i 44mq/abitante). Questo indice permette a Fondazione di ottenere una rendita fondiaria pari a 250 milioni di euro, cifra necessaria per concludere la realizzazione del nuovo polo Fieristico Rho-Pero. City Life accetta, ma non solo. Offre il doppio: 523milioni di euro contro i 250, cioè oltre il 50% in più rispetto alla base d’asta. Possibilità alcuna è lasciata ai restanti aspiranti acquirenti. Il patto, supervisionato dall’allora assessore all’Urbanistica Carlo Masseroli della Giunta Moratti, può passare dalla carta ai fatti. Dove finisce il surplus? Fondazione Fiera utilizza il succulento bottino per acquistare a prezzo agricolo le aree circostanti al nuovo polo fieristico di Rho su cui, in netto anticipo rispetto all’attuazione, a giugno 2006 si era preannunciata la realizzazione dei padiglioni Expo 2015.

Da maggio a ottobre per sei mesi Milano sarà capitale del mondo, ma pochi conoscono il peccato originario della grande opera: quella di aver radici nel più grande tentativo urbanistico caratterizzato dall’influenza politico-tecnico-culturale di Comunione e Liberazione: City LifeL’abbozzo del progetto risale a metà anni 80 e prevede la realizzazione di due ampi complessi residenziali di tredici piani da sette e otto edifici ciascuno il cui costo varia dai 7 ai 12mila euro al metro quadro. Il colosso City Life per Milano ha pensato anche a tre grandi grattacieli, affidando il progetto ad archistar di fama internazionale: il giapponese Arata Isozaki, il mittleuropeo di origine ebraiche e formazione americana Daniel Libeskind e l’irachena Zaha Hadid. Tutto doveva essere pronto entro il 2014, oggi la chiusura dei lavori è posticipata al 2023. Facile immaginare i disagi vissuti quotidianamente dai residenti del quartiere. L’operazione coinvolge volti noti, chiacchierati (e talvolta condannati) dell’imprenditoria italiana. Primo fra tutti l’ingegnere Salvatore Ligresti: quell’ometto bassino, sempre sorridente, protagonista dell’imprenditoria del mattone negli anni ruggenti dell’edificazione e nel 1992 coinvolto in Tangentopoli. Anche al termine della quarantena seguita a Mani Pulite nessun investitore straniero si azzarda a investire in città senza di lui, Salvatore da Paternò, l’alleato locale d’eccellenza. Impiega in City Life circa 95milioni di euro. Ma ad un certo punto lascia: nel luglio 2011 Generali, il ‘Leone di Trieste’, concede al gruppo Ligresti un’ottima via d’uscita dal programma. Una negoziazione in cui Salvatore Ligresti, esercitando l’opzione put, esce da City Life vendendo il suo 27,2% a Generali che sotto la presidenza del banchiere Cesare Geronzi passa dal 41,3% al 68,5%, mentre il socio Allianz mantiene il 31,5%. A luglio 2013 viene arrestato lui e i figli Giulia, Jonella e Paolo Ligresti. Per il rispetto verso i suoi ottantuno anni, la Finanza lo sveglia solo dopo l’alba. Vent’anni fa l’arresto per le ‘stecche’ alla politica, oggi l’accusa peggiore per un imprenditore: aver sperperato i beni dell’azienda a vantaggio dei propri, truccando i bilanci ingannando mercati e risparmiatori. Il re dell’edilizia della ‘Milano da bere’ quando stringeva patti e alleanze meditava accuratamente sulle proprie scelte che spesso convergevano con quelle dell’ex presidente lombardo Formigoni: per il progetto di riqualificazione del quartiere fieristico il ruolo di sovraintendente ai rapporti fra Fondazione e Comune è assegnato a Antonio Intiglietta, uomo di punta di Compagnia delle Opere; direttore tecnico City Life è Aldo Durante, ex manager Tpl chiamato in tribunale per testimoniare sui pagamenti effettuati dall’azienda al boss palermitano poi pentito Angelo Siino. Ma Durante non è l’unico manager coinvolto passato in Tpl, sigla a cui il pool di Mani Pulite negli anni 90 attribuisce fondi neri per circa 56miliardi. Fra i protagonisti City Life spicca il direttore generale di Tpl, Mario Maddaloni, arrestato per finanziamenti illeciti ai partiti e nel mirino dei magistrati per fatti di appalti chimici. Finisce in gabbia nel ’93 per falso in bilancio e per fondi neri patteggia la pena a un anno e sei mesi. Sembra quasi che chi non abbia avuto problemi con la giustizia non possa partecipare al progetto di riqualificazione dell’ex fiera. Oltre al crocifisso appeso al collo, e gesto rituale del segno della croce sul petto prima di entrare in cantiere.

Ma se l’ente pubblico subordina il proprio ruolo all’interesse del privato, a chi spetta la tutela dell’ambiente, della storia architettonica e del volere dei cittadini? I primi a rendersi conto dei risvolti negativi del piano sono i residenti dell’area circostante l’ex polo fieristico, quartiere storicamente medio-alto borghese chiuso in un compatto orientamento politico che da sempre ha la destra e i suoi valori come riferimento. Nasce l’associazione “Vivi e progetta un’altra Milano”, ben più variegata politicamente, nettamente tendente a sinistra, che si appella alle istituzioni per ridurre le volumetrie dei nuovi edifici. Pochi metri separano un palazzo dall’altro: dall’esterno le nuove abitazioni, con facciate lucide e bianche, sembrano navi da crociera. Il quartiere è diventato un cantiere a cielo aperto e le storiche case di proprietà perdono valore immobiliare: chi vorrebbe vivere in mezzo a ruspe, pale meccaniche e palazzoni? Inascoltati dalla destra di Gabriele Albertini e Letizia Moratti, rimangono delusi anche quando a Milano il vento tira a sinistra con il sindaco Giuliano Pisapia. Il comitato ha però l’appoggio di nomi illustri della cultura e spettacolo: Gillo Dorfles, Philippe Daverio, Adriano Celentano. Il premio Nobel Dario Fo mette all’asta suoi dipinti e con il ricavato sana un’ingente multa inflitta dal Comune all’associazione: 14mila euro per aver affisso manifesti formato A4 per pubblicizzare un’assemblea pubblica. Quanto profetizzato dai residenti dell’ex quartiere fieristico comincia ad avverarsi, tassello dopo tassello: come la statua della profezia biblica di Daniele, con la testa d’oro, petto e braccia d’argento, ventre e cosce di bronzo e piedi d’argilla, il piano City Lifesi sgretola. Alcune opere del piano di riqualificazione urbana saltano: salta il museo d’arte contemporanea e le aree a verde vengono snellite. E saltano due grattacieli su tre: una sola torre si innalzerà fino a toccare il cielo di Milano, ad uso commerciale e destinata a Generali. Ad oggi il venduto del nuovo quartiere soprannominato dai residenti “la Scampia dei ricchi” non supera la metà del costruito. Gli acquirenti? Calciatori e vips che possono permettersi appartamenti a 12mila euro al metro quadro, oggi pentiti d’aver comprato case di lusso in mezzo alla polvere dei cantieri. Intanto però Milano avrà i suoi sei mesi di bella esposizione universale. E il vero inizio della storia Expo inizierà a ottobre 2015: quando l’area dovrà essere smantellata e riutilizzata.

link alla fonte