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>>La Francia di nuovo sotto attacco

Come alcuni mesi fa, ma su una scala decisamente più grande. Ancora prima della rivendicazione dell’Isis, per bocca di uno degli attentatori, ferito e  catturato, era chiarissimo che si trattasse di un vero atto di guerra che segna una tappa in un percorso di guerra. Non sembra infatti difficile mettere in fila l’attentato all’aereo russo in Egitto, i kamikaze a Beirut e questa serata parigina.

Gli elementi rilevanti: si tratta di attacchi a obiettivi qualsiasi (ristorati, teatro, stadio), che chiamano in causa tutta la popolazione, a prescindere dalle convinzioni politiche, dalle religioni professate, dalle professioni svolte. A caso.

La dinamica, la logica e le tecniche della guerra vengono portate direttamente nel cuore della metropoli, rompendo – vedremo presto in quale misura – l’illusione che si possa prima o poi tornare alla “normalità” senza dover passare attraverso prove mai sperimentate prima. Noi, popoli e sfruttati dell’Occidente capitalistico, dobbiamo decidere se accettare ancora  passivamente di essere portati come bestie al macello dalla strategia folle adottata nell’ultimo quarto di secolo dai “nostri” governanti, che hanno portato guerra dovunque, distruggendo Stati, paesi, civiltà, fino al punto da scatenare una reazione uguale e contraria – altrettanto bestiale e guerrafondaia – che arriva nelle nostre stesse città. Questa non è una conseguenza della pessima o mancata integrazione, non è uno scontro di civiltà con chi non concepisce “la libertà di espressione”; questa è la frustata di ritorno di quanto l’Occidente capitalistico ha fatto dall’1989 in poi, quando “il nemico” comunista è scomparso e la tenuta stessa del sistema ha richiesto ne fosse trovato un altro, anche se solo “di comodo”.

L’illusione che la guerra portata altrove fosse solo un videogame da guardare in televisione, asettico, dove un aereo inquadra il bersaglio, sgancia il suo missile e torna via; una dinamica in cui noi non c’entriamo nulla e possiamo restare a guardare tranquilli, seduti in poltrona. Tutto questo è finito.

Di certo, nessuno potrà più delegare tutto ai governi, sorprendendosi poi di dover pagare il prezzo di decisioni cui non ha contribuito. Fin qui, infatti, la guerra avveniva altrove, ma condotta dai “nostri”. Oggi ci torna indietro. La “terapia del linguaggio” usata finora, la demonizzazione del nemico per considerarlo un “marziano” cattivo e senza motivazioni logiche, a questo punto non coglie più la realtà delle guerra globale. La “vita normale” cui siamo abituati non esisterà probabilmente più. Prima ce ne rendiamo conto, meglio è. Si tratta di una guerra che non finirà mai fin quando resterà al comando questa classe dirigente, che fa la guerra “fuori” (esponendoci come vittime della vendetta altrui), mentre fa la guerra a noi, peggiorando le condizioni di vita della popolazione ed eliminando le conquiste sociali e democratiche di una storia più che secolare.

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