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Intervista a Nicola Perina

1) Benvenuto su System Failure. Ci parli del tuo percorso artistico fino a qui?

Ciao! Ho iniziato a suonare la chitarra quando andavo alle superiori, la mia prima vera band furono i Just Another Ilusion. Registrammo un EP al Red House di Senigallia (One Dimensional Man, Linea 77), facevamo un punk rock dalle sfumature pop e avevamo pure il violino elettrico! Poi ci dovemmo dividere per cause varie e arrivarono i Camp Lion e il passaggio alla scrittura in italiano. Anni intensi in cui credevamo tanto in quello che facevamo, un album e un EP con loro e poi la pausa, un po’ perché iniziavano a mancare le idee e un po’ perché io perdevo gli stimoli per continuare a suonare. Poi qualcosa in me è cambiato e ho ricominciato a buttare giù canzoni e melodie come non ci fosse un domani, ma sentivo di farlo a modo mio, quindi eccomi qua col mio primo disco solista.

2) Com’è nata in te la passione per la musica?

Non saprei sinceramente, forse perché la chitarra classica che i miei genitori comprarono a mio fratello rimase nella custodia per anni dopo che lui abbandonò lo studio alle prime lezioni (maledetti polpastrelli…) ed io volevo provare a renderle giustizia. E poi alcuni compagni di classe alle superiori suonavano già quindi mi sono buttato e ho scoperto che con una chitarra in mano ero in grado di estraniarmi e non pensare ad altro.

3) Che musica ascolti? Nomina tre album che hanno segnato la tua vita…

Generalmente di tutto, specialmente rock e derivati dagli anni ‘90 a oggi. Ultimamente ascolto tantissimo Stone Roses e Alvvays, di italiani Cremonini. Per me sceglierne solo tre è come auto-infliggermi una punizione, però ci provo… “Enema of the state” dei Blink 182 è stato ed è tutt’ora il disco che mi ha esaltato di più in assoluto. Poi ci metto dentro “Siamese Dream” degli Smashing Pumpkins e “(What’s the Story) Morning Glory” degli Oasis.

4) Come è nato SEIEVENTISETTE? É stato difficile registrarlo?

Ho raccolto tutte le idee che avevo e ho provato a svilupparle a casa con un multi-traccia ma non riuscivo a trovare una direzione convincente. Ho fatto così sentire le registrazioni a Glauco Gabrielli, amico musicista dal talento spiazzante, e con lui tutto è venuto in maniera naturale. Ci siamo barricati in camera sua a lavorare sulle canzoni al PC, in seguito il disco è stato completato e rifinito al Blue Noise Studio di Trento con Fabio De Pretis. Questo disco non avrebbe potuto prendere forma senza Glauco che ha saputo incanalare le cose nel verso giusto, capire quello che di buono c’era nel materiale che gli ho portato e cosa invece andava buttato. Parte dei testi e delle primordiali linee melodiche sono nate da registrazioni da cellulare, spesso fatte mentre rifornivo le auto al distributore di metano dove lavoro.

5) Come è stato collaborare con Glauco Gabrielli e Fabio De Petris?

Due persone di grande talento, si percepisce che la musica per loro è come l’ossigeno. Con me è andato tutto abbastanza in scioltezza… Spesso non c’era bisogno di tante parole perché ci s’intendeva ai primi sguardi. Mi reputo soddisfatto del lavoro fatto assieme.

6) Ci parli della cover del disco?

L’idea è partita dal mio amico e collega di lavoro, mi ha suggerito di utilizzare una foto del distributore automatico di noccioline e mandorle che abbiamo alla stazione di rifornimento… Per tanti anni è sempre stato una piccola gioia per chi ci ha lavorato e per chi è passato di qui. Mi è sembrato subito il soggetto più idoneo e giusto per la copertina di questo disco, è come una piccola oasi nel deserto.

7) A quale canzone di questo disco sei più legato dal punto di vista affettivo ed emozionale?

È difficile rispondere perché le canzoni sono state completamene ribaltate da quella che era la loro forma originale. La maggior parte di esse ha cambiato faccia durante la produzione ma ce n’è una che è rimasta sempre la stessa e di cui vado particolarmente fiero che è “Sulle onde”.

8) Abbiamo pubblicato in passato il video di Innegabile bravura che fa parte di SEIEVENTISETTE. Dove è stato girato? Raccontaci tutto…

L’abbiamo girato qui in Trentino nei pressi del lago di Tovel, in particolare nell’area che bisogna attraversare per raggiungere il lago. Una zona veramente suggestiva per la sua morfologia che ricorda molto quella della Luna. Nel video indosso una finta tuta da astronauta, che ricorda più un pigiama, e raggiungo simbolicamente l’acqua del lago. Il messaggio che vorrebbe passare è che spesso succede di dover trovare se stessi in situazioni e contesti ignoti e apparentemente ostili.

9) Secondo te il pop rock valorizza di più le tue qualità di artista?

Penso che semplicemente siano i territori musicali in cui mi addentro con più facilità e in maniera spontanea, a volte tento modi e approcci diversi per farlo ma ho capito che le cose migliori escono di getto e senza pensarci su troppo. Poi si tratta solo di affinare e migliorare il risultato finale.

10) Com’è il concerto perfetto per te?

Un club medio-piccolo. Non troppo lungo, non troppo caldo, con luci soffuse e gente che è lì principalmente per ascoltare musica e divertirsi.

11) Su quale palco sogni suonare e con chi? Quali sono le tue ambizioni?

Non sarebbe male accompagnare Billy Joe alla chitarra in un concerto dei Green Day, dev’essere pazzesco. Mi sono fatto qualche domanda anch’io riguardo alle mie ambizioni, quando mi succede, di solito, svio… ma di base spero di riuscire a rendere un po’ di giustizia a “Seieventisette” e magari dargli un seguito.

12) Per finire, lascia un messaggio ai nostri lettori…

Per favore evitate di mangiare aglio, e se proprio dovete, chiudetevi in camera vostra almeno due o tre giorni dopo averlo fatto.