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Intervista a Tv Lumière

I TV Lumière sono Federico Persichini alla chitarra e voce, Ferruccio Persichini alla chitarra, Yuri Rosi alla batteria e Alessandro Roncetti al basso. “Avrei dovuto odiarti” è il quarto album dei Tv Lumière da noi qui(link) recensito. System failure ha intervistato i TV Lumière. Leggete cosa hanno da dire…

Benvenuti su System failure. Ci parlate del vostro percorso artistico fino a qui?

Federico: Grazie per l’invito, innanzi tutto. I TV Lumière nascono nei primi mesi del 2001 da un’idea mia e di mio fratello Ferruccio e la collaborazione di Yuri. Dopo alcuni progetti di musica d’avanguardia (con liriche in inglese), sviluppati nella seconda metà degli anni 90, abbiamo avuto l’esigenza di ricercare un nuovo sound, ispirati dagli ascolti di Swans, Ulan bator, Nick Cave and the Bad seeds e Dirty three, dando anche una svolta espressiva nella ricerca di uno stile lirico innovativo, con grande attenzione ai testi. Da subito abbiamo riscosso importanti consensi esibendoci in diversi concerti in Italia e talvolta anche all’estero. L’incontro con Amaury Cambuzat ci ha aperto poi scenari inaspettati, è stata infatti importantissima la produzione di due dei nostri dischi da parte sua. Stilisticamente il nostro modo compositivo era molto incentrato su una forma canzone molto particolare, i brani attraversavano diversi momenti, con parti a tratti melodiche ed improvvise esplosioni e le canzoni avevano una durata media abbastanza lunga. Dopo diversi anni di attività, intorno ad 2015, Irene, la bassista storica, ha lasciato il gruppo ed è stata sostituita da Alessandro Roncetti, con il quale abbiamo lavorato duramente nella costruzione di questo nuovo album, dove abbiamo ulteriormente perfezionato il nostro sound con una grande ricerca, prendendo spunto anche da nuove influenze. Nel tempo il nostro sound, a mio avviso, ha attraversato diversi momenti ed ha avuto una evoluzione graduale, negli ultimi dischi possiamo tranquillamente dire di non avere più importanti influenze esterne ma ci stiamo auto-influenzando.

Come è nata in voi la passione per la musica?

Personalmente ricordo sin da piccolo di aver amato la musica, i miei mi raccontano che cantavo continuamente canzoni e spesso con mio fratello ed alcuni cugini ci divertivamo ad improvvisare, incidendo su nastro, testi di vario genere su musiche improponibili … ancora ne ricordo qualcuna. Un altro cugino ascoltava continuamente Depeche Mode, Kraftwek e CCCP e per quanto eravamo piccoli, la cosa non ci lasciò indifferenti. Da adolescente ero innamorato degli U2 (anni 80) e di Franco Battiato, poi ho affinato i miei gusti. Un giorno nostra nonna ci regalò la prima chitarra e, con Ferruccio, iniziammo a suonarla a turno. Io e mio fratello, con il quale ho una totale simbiosi musicale, siamo sempre andati alla ricerca di nuovi ascolti e ricordo che tornavamo dai nostri primi viaggi all’estero con buste piene di vinili e cd, abbiamo speso una fortuna in musica ma credo che meglio non avremmo potuto spendere! Infine, un nostro amico ora scomparso, un giorno ci regalò una musicassetta: lato A – Children of God degli Swans, lato B – Evol dei Sonic Youth, ritengo che questo evento abbia condizionato fortemente il nostro percorso di crescita musicale.

Come prendono forma le vostre canzoni?

Inizialmente le nostre canzoni nascevano al buio, in sala prove, con la fioca luce di un vecchio televisore mal sintonizzato, questo ci ispirava e soprattutto ci faceva raggiungere un tale punto di creatività e di simbiosi musicale irripetibile. Nel tempo abbiamo poi proceduto portando delle idee individuali, io e mio fratello, a volte abbiamo creato anche insieme degli spunti che poi venivano arrangiati in studio. Talvolta continuano a nascere da improvvisazioni. In “Avrei dovuto odiarti” sono presenti 4 brani che ho ideato io, altri 3 mio fratello, una nasce da improvvisazione ed una è stata arrangiata dal nostro nuovo bassista su un’idea iniziale di Ferruccio. Tuttavia spesso le idee iniziali vengono modificate finché non raggiungiamo la nostra soddisfazione. I testi ed i cantati, nascono sempre successivamente alla creazione delle musiche, in quanto esse devono creare l’atmosfera e l’ambientazione delle storie.

Quando e come è nata l’esigenza di realizzare “Avrei dovuto odiarti”? Ci parlate della sua genesi?

L’esigenza di fare dischi è una delle nostre ragioni di vita. La gestazione di questo album è stata lunghissima, circa 2 anni per crearlo ed un ulteriore anno fra registrazione e post produzione. Avevamo sin da subito un’idea su alcuni piccoli cambiamenti da apportare al nostro modo di fare musica, senza stravolgimenti e prima di raggiungere l’obiettivo abbiamo dovuto rivedere più volte tutti i brani. Anche il cambio di un componente è una fase importante nella vita di un gruppo, in quanto in ogni persona sono presenti influenze e stili diversi dagli altri e per trovare un punto di incontro ci vuole sempre un bel po’ di studio e la volontà di avvicinarsi gli uni agli altri.

Dove è stato registrato “Avrei dovuto odiarti”? Che tecnica di registrazione è stata usata?

“Avrei dovuto odiarti”(cover subito sopra) è stato registrato in parte al Pan Pot di Terni con tecnica digitale tradizionale, in parte nei sotterranei di una chiesa a Calvi dell’Umbria, all’occorrenza adibita a studio di registrazione (mobile), in piccola parte in uno studio di Roma. Ci siamo avvalsi della collaborazione di Carlo Zambon in qualità di produttore artistico, di Alessandro Beltrame per la registrazione della batteria e Giorgio Speranza (UTO) al mix e al mastering.

Con quale criterio avete scelto i brani contenuti nel disco? Su quale mi dovrei soffermare e perché?

Sai, il criterio di scelta dei brani è sempre lo stesso, i brani per appartenere allo stesso disco devono rispondere a degli standard da noi prefissati e devono avere delle caratteristiche e delle affinità fra loro, per cui alla fine rendano il disco il più possibile omogeneo. Tuttavia se un gruppo ha una propria identità ed uno stile definito, seppure 1 o 2 brani si discostano leggermente dagli altri, riescono ad amalgamarsi lo stesso senza creare squilibri. Comunque rispetto ai brani costruiti inizialmente ne abbiamo tolti soltanto un paio, perché non ci convincevano troppo, anche se erano dei bei brani. Per ogni nostro disco abbiamo fatto una selezione, non siamo proprio abituati ad inserire forzatamente canzoni all’interno di essi. Per rispondere alla seconda domanda… noi stessi abbiamo ognuno la nostra canzone preferita all’interno di questo disco, ogni ascoltatore avrà la sua e non ce ne sono di più o meno significative. Personalmente ti dico che in questo momento adoro “L’indifferenza”, suonarla mi dà un’emozione particolare e credo sia uno dei migliori brani che abbiamo mai scritto, credo che questo brano sia una sintesi di ogni sfumatura del nostro genere musicale. Però ripeto, ognuno avrà la sua canzone preferita.

Ci parlate della cover del disco?

Bene, se il disco ha avuto una lunga gestazione, lo stesso posso dire della cover. In passato abbiamo quasi sempre delegato ad altri questo lavoro, tuttavia questa volta mi sentivo ispirato ed ho voluto farla io, l’ho disegnata e mi sono anche occupato dell’impostazione grafica e di tutta la produzione. Dopo diverse bozze, piuttosto interessanti ma con altri soggetti, ho voluto sovrapporre due quadri che ho dipinto anni fa ed il risultato, un po’ fumettistico, è quello che ad un certo punto mi ha di più convinto. Credo dia una certa riconoscibilità al disco. C’è sullo sfondo una natura morta domestica, ed un ragazzo (che potrebbe essere il nostro Sonny J. Barbieri) seduto e pensante ad un tavolo con un quaderno ancora in bianco in cui sta progettando il suo viaggio oppure sta cercando di mettere insieme le parole scritte alla rinfusa sul banco per crearne un testo. Sul retro, sullo stesso sfondo, una coppia, forse i genitori, si stanno ignorando, che sia una delle cause della sua partenza? Lo sto ancora interpretando.

Quanto è importante la tecnica nella produzione musicale?

La tecnica è sempre importante, anche nell’arte, tuttavia senza la creatività rimane sempre un inutile esercizio di stile. Abbiamo sempre pensato che la nostra musica dovesse suscitare emozioni nell’ascoltatore, la tecnica è uno dei mezzi per arrivarci, ma l’anima dell’artista è più importante. Pensandoci bene non mi sono mai innamorato della bravura tecnica di un artista ma di quello che mi trasmetteva.

Quanto è importante trasmettere poesia con le proprie canzoni?

Per noi è fondamentale, tuttavia la poesia deve partire innanzi tutto dalla musica e da ciò che essa di per se evoca.

Se la vostra musica fosse un quadro a quale assomiglierebbe?

“Dazzle-ships in Drydock at Liverpool” di Edward Wodsworth.

Qual è il suono a voi più affine?

Le campane, la pioggia, il silenzio.

C’è un filo rosso che lega le vostre canzoni?

Attualmente possiamo dire che all’interno dei nostri dischi le canzoni siano legate fra loro a gruppi di due o tre, sia dal punto di vista del sound o compositivo, che degli argomenti trattati. I nostri testi parlano di amori perduti e dei sentimenti ad essi legati, a scenari di contorno a periodi di guerra, di traversate oceaniche e dei relativi arrivi nelle nuove terre. A tratti alcune canzoni traggono spunto da canzoni presenti nei vecchi dischi o ne fanno riferimento, come ad esempio ne “L’indifferenza” c’è un riferimento a “La condanna” e “Sonny J. Barbieri” è il prosieguo di “Transoceanica”, entrambi brani contenuti in “Addio! Amore mio”.

Quali sono gli artisti che hanno maggiormente influito sulla vostra personalità artistica?

Ognuno di noi ha (o ha avuto) i suoi eroi. Quelli che ci accomunano potrebbero essere: Moravia, Ungaretti, The Swans, Klaus Kinski, Nick Cave, De Chirico, Sergio Leone, Ennio Morricone.

Un album che ha lasciato un segno indelebile nella vostra memoria…
Children of God (The Swans).

Per affermarsi conta più il talento o lo studio?

Credo non si possa fare a meno né dell’uno né dell’altro, ma ci sono anche altre componenti che non vanno sottovalutate.

Vi hanno mai proposto di scrivere una colonna sonora?

Ne facciamo di continuo, non vogliamo togliere il dono dell’immaginazione agli ascoltatori.

Per finire, salutate i nostri lettori…

Un grande saluto ai lettori di System Failure dai TV Lumière.

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