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Intervista a Slow Wave Sleep

1) Ci parli del progetto musicale Slow Wave Sleep? Come è nato? Come si è sviluppato? Raccontaci tutto per bene….

Non mi piace fallire e in questo mondo è difficile non farlo per cui ne ho immaginato un altro in cui ogni sogno può realizzarsi, così per avere una qualche parvenza di conforto. Il palco è un posto che trasporta in un’altra dimensione, così come il momento di composizione, e dopo tutti questi anni di delusioni ho deciso di trasferirmi da questo mondo all’altro, dove non c’è paura di fallire, non ci sono limiti fisici, non ci sono sistemi bancari, quindi non c’è odio nè amore, è tutto così quieto e stimolante, non si perde tempo in chiacchiere. Tutto è nato con me ma sta prendendo forma lentamente. È stato il mentire a me stesso che ne ha ritardato lo sviluppo, seguire troppe distrazioni inutili e giustificarmi con scuse altrettanto inutili. Posso comunque datare l’inizio al 2013. Da quando ho finito gli studi, la mia vita ha subito un grosso trauma ed ho capito che i quadretti di un quaderno potevano capirmi di più di qualsiasi amico, familiare, ragazza. Scrivevo in continuazione. Versi, flussi di coscienza, disegni, stavo prendendo confidenza col mio lato creativo sepolto, quello che porta le cose in un’altra dimensione appunto, da quella interiore alla carta. Da lì si è creato il ponte. La scelta del nome è avvenuta sfogliando L’interpretazione dei sogni di Freud, dove lessi sulle allucinazioni ipnagogiche. Da lì scoprii della terza fase del sonno e rinominai quel ponte Slow Wave Sleep, quando in uno di quei flussi scrissi, in inglese, I feel free only in my squares, I feel free only in my Slow Wave Sleep (mi sento libero solo nei miei quadretti, mi sento libero solo nel mio sonno ad onde lente). Lo lasciai in inglese per non distorcere la spontaneità del gesto. Poi tutto rimase lì per un po’, fin quando non iniziai a studiare musica elettronica per inserirla negli Shinigami Squad, un’altra band con cui suonavo allora e si sciolse di lì a poco. Queste prime bozze divennero C99, un brano contenuto in Hypnagogic. Ma è solo quando facevo il pendolare a Rimini per lavoro che finì questa fase embrionale. Stavo mentalmente logorato dal lavoro d’ufficio e decisi di dormire una notte si ed una no per poter continuare gli studi e scrivere musica. Venne fuori Genesis of the Transition, il primo brano strumentale, seguito da un altro durante le vacanze di Natale. Iniziò una seconda fase di demo che continuo a chiamare dischi ed in quanto parte fondamentale di me continuo a promuovere come tali, fino ad arrivare a L’ultimo uomo.

2) Ho letto che sei membro delle band RELIC (death metal, ITA), Jureduré (pop/folk, ITA), Spookshow Inc. (industrial rock, LIT). Come riesci a fare tante cose tutte insieme?

Ogni cosa, persona, relazione sentimentale, tira fuori soltanto un aspetto della personalità, ed ho deciso di concentrare le mie energie verso tutto quello che mi dà gli stimoli giusti. Quando ne vale veramente la pena, non c’è limite che frena dal fare una cosa, dall’incontrarsi, dal tener viva una relazione.

3) Come è nata in te la passione per la musica?

Da piccolino era l’unico modo per farmi dormire o mangiare, poi sono sempre stato affascinato dagli eroi dei cartoni animati e le rockstar un po’ me lo ricordavano. Ho sempre visto l’artista come una delle massime forme di altruismo, affrontare i propri demoni per poi condividere il viaggio con gli altri, dare forza, conforto, consigli, dubbi…è una figura che mette un po’ in equilibrio, una sorta di politico delle emozioni. Essendo di carattere molto introverso, penso di esser stato colpito dalla musica in modo molto naturale. C’è ma non si vede, come la nostra anima. Sono nato in una famiglia di artisti e vengo da Trecchina, un paesino della Basilicata, il posto perfetto per non desiderare nient’altro che bellezza, natura e riflessione.

4) Come prendono forma le tue canzoni? Parla del processo creativo alla base…

La maggior parte delle idee nascono da una melodia alla chitarra, che rimane il mio strumento principale. Possono restare in standby per dei mesi, o degli anni, in questo modo ho un archivio di idee pronte che non nascono mai a tavolino. Come un buon piatto, la qualità degli ingredienti fa sempre la differenza e cerco sempre di scegliere cose naturali e genuine. La prova del tempo serve a valutare quali idee possono essere sviluppate, scelte in base al gusto del momento. Apro il sequencer, imposto un tempo e suono quell’idea con un virtual instrument. Da lì in poi tutto il processo si svolge in griglia con un metodo simile a quando giocavo con le costruzioni Lego: cercando di fare l’opera utilizzando tutti i pezzi che ho nella testa. Non mi pongo limiti di struttura, anche se in principio ci ho provato invano. Una volta partito il flusso di pensieri faccio fatica a contenerlo. Do una prima bozza intera e poi rivedo tutto anche 10 volte, aggiungendo o modificando qualcosa, levigando il tutto. Fin qui uso solo virtual instrument perché sono i soli mezzi che ho, ma cerco di pensare tutto come se avessi un’orchestra. Non mi va di vedere tutto blindato, è alla base del concetto di musica liquida che sto cercando di portare avanti. L’idea è alla base di tutto e tutto serve l’idea, da lì in poi sono solo giochi di timbro e impressioni del momento. Una volta stesa la struttura di base scrivo il testo, registro le voci ed infine le chitarre. Mi piace considerare la chitarra uno strumento superfluo in studio, perché è facile per un chitarrista abbondarne. In questo modo registro solo lo stretto indispensabile, e l’orchestrazione conserva tutta la sua integrità artistica. Segue il processo di post-produzione con editing, mix e mastering, la parte che mi piace di meno. Il mix è comunque parte fondamentale del processo creativo, per cui preferisco farlo io, ma vorrei tanto delegare le altre due, anche perché non sono un tecnico.

5) C’è un “filo rosso” che lega le tue canzoni?

Ogni brano è parte di un sogno che è racchiuso nel disco. A livello concettuale faccio la lode alla miglior parte di sé come unico punto di riferimento per continuare a lottare e costruirsi uno spazio in questo mondo, soprattutto se si percepisce privo di valori. Nei lavori iniziali, e fino a questo disco, posso dire che spesso è stata descritta a ritroso, come uno staccarsi di dosso una patina oppressiva e frenante. In alcuni brani ho lo sguardo verso l’alto, la mia attenzione è più raggiungere la salvezza che staccarmi dalla depressione. Sono da sempre stato attratto dall’idea romantica di sehnsucht, quel desiderio di raggiungere qualcosa che sai già che è inappagante. Vivo la mia vita in costante raggiungimento di qualcosa, che probabilmente non arriverà mai. Mi consolo con antidolorifici come la musica, lo sport, ma non smetterò mai di cercare e fare del bene.

6) Abbiamo pubblicato il video di “Ragnarök”. Cosa mostra il video di questa tua canzone? E, inoltre, di cosa parla “Ragnarök”?

È un video senza ambientazione, statico, scritto da Maurizio Del Piccolo, regista di film horror con cui ho già lavorato in passato e sentivo che era fatto apposta per lui. C’è una ragazza operaia che fa disegni da offrire ad un dio cieco, un’alata che fa da messaggera, un controllore che mantiene l’ordine. Ci sono anche un cane ed un ippopotamo, potrebbero avere un ruolo fondamentale. Ci sono io che sbraito contro la società. Parla di questa società in cui ogni individuo nasce con un compito prestabilito, ma comunque non si può resistere alla tentazione di avere di più. Parla di un’industria creativa satura e corrotta, parla da un mondo da resettare. Ho cercato di lasciare tutto sospeso, non c’è un finale e viene messa in discussione anche la figura di dio. Guardandolo bene, ce ne sono tre diversi. È il momento in cui le forze del bene e del male si giocano la partita per un nuovo equilibrio e si scende in campo con tutte le carte che si ha. Da persona introversa, le mie armi sono difensive.

7) “Ragnarök” è il secondo singolo estratto dal disco “L’Ultimo Uomo” (2018). Ci parli della genesi di questo tuo disco.

In Agosto 2015 volevo scrivere qualcosa di nuovo e di ballabile, per puntare a fare live set elettronici. Sono nate le bozze strumentali dei primi 5 pezzi. Per un anno sono durante la mia permanenza a Berlino ho lavorato come sound designer di app musicali e da lì sono nati altri 3 brani. Chernyy Val’s, invece, è un pezzo nato molto a caso nella mia stanza lì a Berlino, volevo qualcosa che descrivesse quella città. Le bozze sono state lì ferme in un cassetto. Sono stato invitato a suonare il 14 Luglio 2016, giorno del mio compleanno, ma nessuno dei gruppi con cui suonavo poteva esserci, c’era solo una settimana di tempo per organizzare. Allora decisi di andare da solo con quei brani e cantare in italiano, così nessuno poteva capirmi. Scrissi i testi di Caveat Emptor, Shiroi e Ragnarök tre giorni prima del concerto, il primo a casa, il secondo sulle sponde di un fiume di Potsdam ed il terzo aspettando il concerto dei Rammstein al Waldbühne. Quello fu il primo concerto di Slow Wave Sleep, 40 persone scarse, al Noize Fabrik. Dimenticai quasi tutto il testo e mi stancai anche di cantare a casaccio, metà del concerto fu strumentale. Ma fui così eccitato dall’idea che dal giorno successivo decisi di iniziare a lavorare seriamente sul progetto. Di quei brani soltanto Caveat Emptor rimase invariato, mentre pian piano scrissi tutto il resto, un po’ nel soggiorno di casa, un po’ in giro per birrerie. Una volta finito, rientrai in Italia ed inviai il demo ad un centinaio di etichette italiane. Fui contattato da Mekis.

8) Su quale canzone di “L’Ultimo Uomo” mi dovrei soffermare e perché?

Rencontre Germinal è il brano che rappresenta in pieno la transizione, quindi Slow Wave Sleep, che è uno stato di transizione. A livello di testo è un dialogo con un amico immaginario, il momento in cui inizia la spirale discendente che porta alla pazzia. Tutto è perduto, non ci sono più neanche gli sbalzi di umore, si ha fame, stanchezza, siamo nel deserto, soli e senza meta, cercando di capire cosa sia successo. Il passo arranca, la vista si sfoca, fino allo svenimento. Da lì la voce interiore ci dice di rialzarsi e si ricomincia ad arrancare, verso un fine fittizio (la Torre di Babele), ma costantemente in apatia. È un brano molto denso di simboli, lungo e ripetitivo, con 6 strofe e qualche break che tendono disperatamente di distanziarsi dalla tonalità, tornando sempre indietro. Restando sempre in quel limbo. Un po’ la situazione in cui mi trovo ora, nel bene e nel male sospesa nel tempo e nello spazio. È più un film che una canzone.

9) Con quale artista o band indipendente vorresti collaborare?

Mirkoeilcane, anche se ormai gioca in un altro campionato. É uno dei pochi artisti italiani attuali che reputo interessante con un approccio totalmente opposto dal mio, essendo cantautore che interpreta la realtà. Io non sono sicuro di esserlo, il cantautorato è qualcosa che spesso significa un ruolo piuttosto che un modo di fare le cose, ma di sicuro scrivo in modo diverso interpretando un mondo surreale. Abbiamo in comune un paio di cose. Ha la mia stessa età, i miei stessi problemi, le mie stesse ambizioni, ha studiato musica, si tiene sempre a distanza, parla di buon senso e si sfoga spaccando cose nelle discariche.

10) Su quale palco sogni di suonare?

Il palco dell’Ariston durante il Festival di Sanremo.

11) Per finire, un saluto ai nostri lettori e un appello per invogliarli ad ascoltare la tua musica…

Grazie per ogni secondo dedicato alla mia musica ed a questo progetto, è bello che le nostre vite si siano incrociate in qualche modo. Ci sono migliaia di cose nuove da ascoltare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. Non importa se ascolti Slow Wave Sleep, l’importante è che coltivi ogni giorno una tua personalità. Non dare importanza alla massa, vogliono fregarti. Sappi comunque che nei momenti di totale sconforto e noia, Slow Wave Sleep sarà sempre pronto a darti la spinta giusta, e sollievo.