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Intervista a Opera23

Benvenuto su system failure. Ci puoi parlare del tuo percorso artistico fino a qui?

Ho avuto un percorso molto disordinato. È stata una fortuna. Probabilmente per via di questa costante curiosità ho potuto mettere le mani su diversi strumenti musicali ed ho potuto conoscere diversi linguaggi. Alla fine il mio strumento più naturale rimane il basso elettrico ed il contrabbasso, anche se con gli anni me ne sono un po’ allontanato. Gli studi di Composizione e di Musica Elettronica in Conservatorio mi hanno insegnato quanto sia importante dosare e bilanciare le idee con la loro stessa realizzazione, senza eccedere da nessun lato. Sono sempre stato in movimento, ho suonato in diversi gruppi, ho fatto rock, jazz, ho composto per il cinema e per il teatro, ho avuto la fortuna di avere insegnanti incredibili e di collaborare con musicisti dai quali ho potuto costantemente imparare qualcosa. Adesso mi ritrovo qui, con il mio primo album solista, che da un lato è una sintesti di quanto fatto fino ad ora, e che da un altro lato, mi sembra l’inizio di una nuova stagione.

Ci parli anche del tuo background musicale? Che musica ascolti?

Proprio perché, come ti dicevo, la mia maturazione ha avuto un andamento abbastanza vario, con lo stesso criterio mi piace scegliere e ascoltare musica. Non dirò che mi piaccia ascoltare tutta la musica, è un cliché che andrebbe evitato, ammetto però di essere affascinato da una moltitudine di generi e di artisti. Faccio un esempio. Negli ultimi due giorni ho ascoltato interamente, più volte, due album che storicamente e per genere sono molto lontani fra loro: “Crush” di Floating Points e la Sinfonia n.8 “Incompiuta” di Schubert.

Come prendono forma le tue canzoni?

Solitamente ho la necessità di cantare la melodia o la idea portante, dopodiché la registro o la trascrivo direttamente. No sempre più spesso che iniziare a comporre direttamente su uno strumento musicale rende piatte e spesso simili fra loro le realizzazioni. Ad alcuni musicisti invece riesce molto bene. Nel mio caso lo strumento è sempre una tappa successiva. Nella realizzazione di “Internal with figures, lights. And shadows” mi sono molto divertito nella composizione del suono. Non è semplice lavorare con dei sintetizzatori affinché questi possano realizzare una idea precisa di suono. È stato davvero un bel processo di ricerca.

Abbiamo recensito il tuo “Internal with figures, lights. And shadows”. Ci puoi parlare della genesi di questo album? Difficoltà nel processo di registrazione?

Intanto vi ringrazio per la bella recensione che ho appena letto, non ci sono parole per descriver le belle sensazioni che si provano quando un lavoro come il mio, che non è propriamente un genere di consumo, incontri una presa di posizione tanto forte e positiva come la vostra. “Internal with figures, lights. And shadows”(artwork subito sotto) era nelle mie intenzioni già un paio di anni fa. Ero cosciente che qualsiasi tipo di ricerca, sia in ambito compositivo, che in ambito realizzativo, dovesse per forza passare da un album solista, elettronico. L’idea che lega tutto questo mio lavoro è chiaramente la riduzione alla ripetizione. Accettare questo tipo di sfida è stato sicuramente molto complesso perché implica una attenta ricerca di sintesi. Per molti, la ripetizione è associata alla noia, alla routine. Non voglio certo contraddire questo che è un punto di vista più che condivisibile. Mi permetto solo di aggiungere che, nella vita di tutti i giorni, così come nell’arte, individuare e valorizzare una ciclicità significa entrare in contatto con l’essenza. Comporre musica ripetitiva significa, nel mio caso, estremizzare queste idee e ridurle quindi al minimo. Come dicevo prima, questo è molto rischioso perché ridurre significa avere quelle capacità che ti permettano di sottrarre gli eccessi, non so quanto e se ci sia effetivamente riuscito. Le difficoltà in fase realizzativa erano maggiormente legate alla paura di fallire in questo intento. Dal punto di vista tecnico, la registrazione è stata davvero lineare, semplice. Adoro immergermi per lunghe ore in studio, al contrario, mi risulta difficile alzarmi dalla sedia per fare altro. Penso sia il tempo meglio speso. E poi la collaborazione con Giuliano Gius Cobelli, un tecnico italiano attivo qui a Barcellona, è stata incredibile. Affidargli il mixing ed il master del disco ha fatto sì che il risultato finale fosse equilibrato, pulito, dinamicamente perfetto.

Quale è la canzone di questo album alla quale sei particolarmente legato?

“Sleep of knowledge” è la summa dell’album. Credo sia il brano più lungo, nato nel più breve tempo possibile. Raccoglie tutti gli input presenti nel disco e li estremizza. La ripetizione è presente, è quasi una provocazione. Un singolo elemento, un bicordo, viene ripetuto fino a che non debba, quasi per forza, sciogliersi in un suono fermo, statico, in perenne, lenta autodefinizione. È posizionato alla fine del disco proprio perché ne rappresenta una ulteriore sintesi.

Tra i tanti generi perché hai scelto l’elettronica?

Come dicevo prima, ho sempre avuto coscienza del fatto che, per liberarmi di alcuni metodi di composizione che non riuscivo a sentire pienamente miei, dovevo per forza immergermi in un mondo completamente nuovo. Sono diversi anni che l’elettronica fa parte del mio pensiero musicale, ho avuto la fortuna di incontrare, a Bologna, Francesco Giomi e Lelio Camilleri, persone ed insegnanti incredibili. È grazie a loro che ho potuto comprendere la grande forza del linguaggio elettronico ed elettroacustico. L’elettronica offre inoltre, al compositore, un fattore in più: la possibilità, pressapoco infinita, di agire ed interagire sul suono. È una cosa incredibile come possa cambiare un approccio compositivo nel momento in cui ci si rende conto che il suono ha una sua evoluzione.

Che strumentazione usi(programmi, plugin etc)?

Per questo disco ho usato un modulare, preso in prestito, e, ahimè, già restituito. Un Prophet 5 per alcuni pad, insuperabile. Tutte le frequenze basse sono argomento del Moog Sub Phatty. Una scoperta è stata il Deepmind della Behringer, uno strumento davvero incredibile. Infine, l’unico plug-in che ho usato è stato Alchemy, synth di Logic Pro X. Anche questo, uno strumento fantastico, che permette di agire in modo infinito su qualsiasi forma d’onda.

Sei a Barcellona. Come è la scena electro in questa stupenda città piena di stimoli?

È quasi snervante stare al passo di Barcellona. Ti distrai un secondo e ti rendi conto che hai perso l’occasione di assistere ad un festival, mostra, concerto che probabilmente ti sarebbero piaciuti tanto. Nello stesso momento però realizzi che hai qualcosa di nuovo da fare e che può magari interessarti altrettanto, se non di più. È una città viva, volubile. La cultura è una componente attiva, imprescindibile. Ogni barrio (quartiere) ha il suo museo di arte contemporanea aperto a qualsiasi attività di indagine. E poi Barcellona è la città che ha creato il Sonar che, a mio avviso rimane, una delle più interessanti proposte, a livello mondiale, di quanto sia riconducibile alla musica elettronica, nella sua più ampia interpretazione. La tradizione del Sonar ha fatto sì che nella città si potesse sviluppare un continuo fermento. La decisione di trasferirmi a Barcellona è, in parte, legata a questo ambiente, fonte costante di stimoli.

Perché ti interessa la spazializzazione del suono?

Il fatto che il modo di fruire la musica sia cambiato rappresenta una grande opportunità anche per chi compone. Fino a qualche anno fa, il fine ultimo di una composizione era quello di essere incisa su un supporto per essere quindi ascoltata. Adesso lo streaming ed il video hanno velocizzato questo processo, ed anche l’ascolto è più veloce. Se pensiamo, solo in termini di tempo, alla differenza che c’è fra passare da una traccia all’altra su Spotify e fare la stessa operazione con un vinile, ci rendiamo conto del cambio di marcia che stiamo vivendo, o che abbiamo già vissuto. Questo è un fattore positivo perché può finalmente far tornare la musica ad una dimensione ancora più diretta. Il compositore adesso deve pensare non solo al disco, ma soprattutto alla sua rappresentazione dal vivo. Riprodurre un brano, dal vivo, con gli stessi criteri usati per creare un CD mi sembra una assurdità. La componente che offre un ulteriore elemento è quindi lo spazio. Pensare ad un brano e progettare la sua esecuzione dal vivo, coinvolgendo il movimento del suono nello spazio, nel mio modo di pensare la musica è ormai una fase dovuta. La stereofonia da cuffia va bene fino a quando si ascolta la musica in metro, ma in una sala da concerto, uno stadio, un teatro, mi aspetto qualcosa di più.

Per finire, invoglia i nostri lettori ad ascoltare la tua musica….

Finalmente una domanda semplice!!! Finora mi sono sforzato di apparire come un intellettuale e so di non esserci nemmeno riuscito. Ma per invogliare la gente a venire ai miei concerti la risposta è semplicissima: offro da bere. E poi magari possiamo chiacchierare delle impressioni e dei consigli che ognuno vorrebbe darmi, ma prima si beve. È una promessa!

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