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Intervista a Nitritono

Benvenuti sulla nostra webzine. Come vi siete conosciuti? Ci potete parlare del vostro progetto artistico?

Ciao, grazie a voi per lo spazio. Ci siamo conosciuti ben prima del 2012 tramite amicizie comuni, ma non avevamo mai avuto modo di stringere una vera e propria amicizia. Tutto è nato quasi per caso, un progetto secondario per entrambi che poi con il tempo è diventato quello principale. Il nostro progetto artistico è quello di cercare di creare spazi sonori che riescano a descrivere sensazioni e stati d’animo, cerchiamo di raggiungere un velato noumeno musicale emotivo.

Tra i tanti generi musicali perché la musica noise?

Il noise è una delle componenti della musica che facciamo, in realtà ci sono molte sfaccettature che spaziano dal doom allo sludge, un po’ di psichedelia e un po’ di sperimentazione. Onestamente, non siamo ancora riusciti a dare un genere a ciò che facciamo, forse quello che si avvicina di più è experimental – metal.

Chi sono i vostri miti musicali? Indicate anche 3 album che hanno segnato la vostra vita…

Senza dubbio gli Zu, il loro ‘Carboniferous’ ha letteralmente stravolto quella che era la nostra idea di far musica, dopo quel disco abbiamo scoperto orizzonti sonori impensabili. Tre album sono davvero pochissimi, ma potremmo inserire “In Utero” dei Nirvana (è stato il nostro primo acquisto per entrambi da pischelli), “Panopticon” degli Isis e “Ummagumma” dei Pink Floyd.

Come nasce una vostra canzone? Quale particolare ambiente create intorno a voi stessi?

Tutte le nostre canzoni (ad eccezione di un paio di esperimenti in “PantaRei”, che a posteriori non ci convincono fino in fondo) nascono improvvisando liberamente in sala prove. L’iter è di iniziare con jam session assolutamente libere, poi le idee che ci sembrano più convincenti le registriamo e le mettiamo da parte per dargli poi una struttura e curarne i dettagli. Ad un certo punto ‘sentiamo’ che il pezzo ha preso la sua ‘forma’ e curiamo i dettagli come gli attacchi, la voce, i suoni.

Se la vostra musica fosse una città contemporanea a quale assomiglierebbe? E se fosse un film o un libro?

Considerato che il disco lo abbiamo intitolato “Eremo” direi una qualunque città disabitata, o comunque con pochissimi abitanti. Se fosse un film potrebbe avvicinarsi alle realtà oniriche di Lynch (in “Passo di Terre Nere” abbiamo ‘preso in prestito’ una frase di una puntata della terza stagione di Twin Peaks), se fosse un libro probabilmente “L’Aleph” di Jorge Luis Borges, o “The Waste Land” di T.S. Eliot.

Abbiamo ascoltato il vostro disco “Eremo”. Come avete fatto ad elaborare un sound così marziale?

Il sound che abbiamo oggi è frutto di molti anni di lavoro e ricerca. Lavorare in due ha un grande vantaggio per l’intesa musicale perché si crea un rapporto molto stretto e biunivoco, mentre dal punto di vista del sound le insidie sono sempre dietro l’angolo perché resta sempre qualche ‘zona scoperta’. Negli anni il chitarrista ha iniziato a lavorare su più amplificatori, splittando il segnale della pedaliera in modo da poter coprire più frequenze possibile; ad ora suona con due testate da chitarra e una da basso assieme. Anche nella scrittura (nel nostro caso si tratta più di arrangiamento) dei pezzi bisogna saper scendere ai giusti compromessi tra idee e realizzazione, a volte è necessario rinforzare alcune voci, altre bisogna alleggerirne altre.

Quale è la differenza tra “Eremo” e i vostri lavori precedenti?

Con “Eremo” pensiamo di essere riusciti a portare avanti di un altro passo il nostro percorso evolutivo, arrivando forse a trovare un tipo di linguaggio che ci sembra essere personale e omogeneo al tempo stesso. E’ un disco nato in seno a una serie di problematiche non indifferenti (prime tra tutte due furti subiti in sala prove) per cui è il risultato di tantissime cose che sono state canalizzate nella musica.

Chi ha realizzato l’artwork di “Eremo”?

I nostri artwork sono tutti realizzati da Cristina Saimandi (che è la madre di Siro). Per il disco precedente era stato creato ad hoc dopo l’ascolto delle tracce, in questo caso invece si tratta di percorsi paralleli che hanno portato ad una meta comune. Si tratta di un lavoro di LandArt, situato in un bosco; il lavoro perfetto per il concetto del nostro disco.

Quale traccia preferite di “Eremo”?

Siamo molto soddisfatti della traccia di apertura “Re di Pietra” perché è un bel tappeto sonoro che ‘abbiamo cercato’ da molto tempo, ma la traccia a cui siamo più legati è certamente “Costa da Morte” sia per l’impatto sonoro, ma soprattutto per la preziosa collaborazione di Petrolio, carissimo amico nella vita e nella musica.

Come è collaborare con Petrolio? Da quando vi conoscete?

Abbiamo conosciuto Enrico in occasione di un concerto in cui abbiamo condiviso il palco assieme. Ci ha colpito tantissimo la sua musica davvero di fortissimo impatto emotivo. Lui è una persona meravigliosa, per cui abbiamo stretto amicizia molto in fretta. La collaborazione è stata molto spontanea, gli abbiamo inviato il disco dicendogli di scegliere una traccia e gli abbiamo lasciato carta bianca; il risultato ci ha entusiasmato, siamo davvero grati per il suo contributo.

Tendenza alla solitudine a quanto pare, solitudine nella natura incontaminata. Perché questa scelta?

La solitudine ricercata per noi è più una necessità che una scelta, è un momento di raccoglimento, di silenzio e di (qualche volta) pace. In un mondo frenetico e iperconnesso per noi rappresenta una ventata di ossigeno, tanto quanto la sala prove.

Avete aperto i concerti tra gli altri a Eyehategod, Cani Sciorrì, Ruggine, Titor, Flying disk, Ape Unit, The Glad Husband, Lleroy e Gerda. Quale di questi live è rimasto particolarmente impresso nella vostra memoria e perché?

Ogni concerto è una storia da raccontare, quando si ha la possibilità di condividere il palco con amici e con artisti che apprezzi molto le emozioni sono sempre fortissime.

Quanto l’emergenza coronavirus ha danneggiato la vostra attività live e come vi sentite come artisti in questo momento alquanto surreale?

Purtroppo, molto. Il disco sarebbe dovuto uscire nel mese di maggio e avevamo già fissato una decina di date fino ad inizio estate, ovviamente tutto è stato cancellato. Come artisti ci sentiamo abbastanza di merda di questo periodo alienante, come individui poco meno peggio. E’ davvero difficile trovare una direzione da prendere in un momento in cui tutto è assolutamente in bilico. Noi cerchiamo di andare avanti, stiamo scrivendo il prossimo disco (con molta calma). Prima o poi ne usciremo, di questo ne siamo certi.

Quale è il filo rosso che lega tutte le vostre canzoni?

Con la nostra musica cerchiamo di creare degli spazi sonori in cui far scorrere sensazioni emotive di diversa natura, dalla calma mantrica alla più gretta sfuriata di nervoso. Il filo rosso potrebbe essere di cercare di portare l’ascoltatore in territori emotivi aperti.

Quanto è importante sperimentare con la musica?

La sperimentazione è indispensabile. Per sperimentare intendiamo proprio il lavoro artigianale che di volta in volta ci porta a mettere in campo soluzioni diverse, talvolta funzionano, molto spesso sono clamorosi flop. Ma è proprio attraverso questo percorso di tentativi e fallimenti che stiamo creando, poco a poco (e con molta strada da fare), un linguaggio che ad oggi possiamo definire nostro, quantomeno in forma primordiale.

Fare arte è provocare emozioni, sensazioni. Potete commentare questa mia frase?

Alla base di ogni forma di arte deve esserci un trasporto emotivo, diversamente non crediamo si possa parlare di arte. Non bisogna limitarsi a pensare che debba suscitare emozioni solamente positivo, che l’arte sia solamente il ricovero per l’anima. Anzi, molto spesso l’artista apre vasi di Pandora pieni di inquietudini e irrequietezze. Non a caso preferiamo musica che ci scuota invece di musica rassicurante.

Per finire, salutate i nostri lettori e indicatemi qualche artista o band indipendente con il quale vorreste collaborare spiegando anche il perché…

Ci piacerebbe in futuro poter collaborare tra gli altri con Lucynine (aka Sergio Bertani) che per “Eremo” si è occupato (divinamente) di mix e master del disco. Lui è un polistrumentista con i controcoglioni (consiglio: in questo nefasto 2020 è uscito il suo ultimo disco “Amor Venenat”, merita!) ed è da tempo che c’è questa idea di collaborazione sospesa. Magari col prossimo disco, magari nel prossimo suo…chissà. Se siete arrivati a leggere fino qua, grazie di cuore da parte di noi Nitritono. Speriamo davvero di poterci incontrare sopra e sotto qualche palco, di poter tornare presto a farci stordire dalle masse di suono degli amplificatori, a stare ammassati tra sudore e birra. Un abbraccione virtuale, ma grande!

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