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Intervista a L’Iperuranio

Benvenuto su system failure. Ci puoi parlare del tuo percorso artistico fino a qui? Come è nato il tuo progetto musicale?

Attorno ai vent’anni ho imparato a strimpellare la chitarra e mi sono accorto che, dopo aver scritto poesie e racconti dall’adolescenza in poi, scrivere canzoni mi veniva naturale. “Incontri”, per esempio, un brano dell’album, l’ho scritto in dieci minuti, girando attorno a due accordi due tra i pochi che allora conoscevo. Li ho fatti sentire a Nicola Ardessi, futuro produttore del disco, che ha realizzato i primissimi provini. Anni dopo, mi ha insegnato le basi minime della produzione, così ho cominciato a lavorare ai pezzi da solo. Non ho avuto una lunga gavetta, solo un gruppo cover per un anno, che mi ha fatto capire che volevo proporre cose mie, non fare del semplice intrattenimento. Molto tempo dopo, tra una laurea effimera e tanto cazzeggio, Nicola è partito dai miei demo, usando molte delle tracce che ho registrato negli anni, mettendoci il suo tocco e costruendo man mano “Postimpressionismo”. Ci ho messo un sacco di anni a decidermi a tirar fuori tutto da un cassetto. Mentre cominciavo a condividere i miei pezzi, laPOP mi ha proposto una collaborazione, offrendosi di pubblicare il mio primo disco. Ed eccoci qua…

L’Iperuranio: perché questo nome?

Sin dai tempi della scuola adoravo Platone. Il suo Iperuranio e banalmente il suono di questa parola. Quando cercavo uno pseudonimo, inizialmente ho deciso di usarlo solo per questo. Più avanti mi sono chiesto se avesse senso. Per Platone, noi veniamo dall’Iperuranio, un mondo delle idee che contiene tutto. Quando impariamo qualcosa, secondo lui, la ricordiamo (perché anche noi veniamo da lì). Dopo il 2000 inventare qualcosa è impossibile. Ma si può ancora “digerire” quello che ci frulla in resta e rielaborarlo in maniera nostra. Questo, per me, è l’Iperuranio.

Nicola Ardessi: come è collaborare con lui?

Tutto e niente. Dà senso all’espressione “genio e sregolatezza”. Bisogna inseguirlo. Stanarlo. Ma quando si mette nelle sue mani una canzone grezza è capace di darle vita come pochi. Certo, è molto discontinuo. Peraltro io lo sono quanto lui. Infatti ci abbiamo messo 10 anni a chiudere un disco, ahah…

“Postimpressionismo”, il debut album de L’Iperuranio sotto l’etichetta LaPop. Ci puoi parlare di questo debut album? Quale è la traccia che preferisci?

Da subito l’ho definito un “best of di un illustre sconosciuto”. Tutti i dischi d’esordio lo sono, nel mio caso, però, ci sono 12 tracce su almeno trenta scritte in tantissimi anni. Quindi calza ancor di più. Proprio per questo sono legato a tutte le canzoni, vivono con me da molto e sono orgoglioso del fatto che finalmente siano uscite dalla mia testa. La mia preferita è “Madrenatura”. Credo sia la mia canzone più Vera. Inoltre, se l’avesse scritta qualcun altro, mi sarebbe piaciuta da morire. Testo e musica.

“Madrenatura”, ultimo estratto dal tuo debut album “Postimpressionismo”. Ci puoi parlare della genesi di questa canzone che tanto ci ha colpito…?

L’ho scritta in un periodo piuttosto cupo, in cui cercavo una collocazione nel mondo. Litigai con mia madre e ne uscì un flusso di coscienza. Non parlavo di mia madre (con la quale ho un rapporto straordinario) in realtà. Parlavo dell’angoscia di dover affrontare tante cose senza che nessuno me l’avesse chiesto. Al momento di metterla in musica, non volevo però trasformarla in un missile scuro. Volevo poter dire quelle cose, ma farle scivolare, senza spigoli. Il mio primo arrangiamento è stato sviluppato da Nicola in tal senso. A partire dalla “rotondità” batteria di Marco Vattovani a cui ha affidato la ritmica della canzone.

Cosa rappresenta la cover/artwork di “Madre natura”?

Un’altra persona chiave nel mio percorso è il fotografo e videomaker Francesco Chiot. Lui ha realizzato la maggior parte delle mie foto promozionali e dei miei video. Io volevo, come nello stesso videoclip di “Madrenatura”, giocare sulla parola Natura. Nella canzone parlo della natura dell’esistenza umana. Mentre qui ho voluto prendere la natura che ci “ospita” e portarla in un’altra dimensione. Lo scatto di partenza era una delle vecchie foto a infrarossi di Francesco, che ha poi ulteriormente post-prodotto. Ho scelto un albero solo, inglobato fra la terra e il cielo. Proprio come un essere umano…

Madrenatura è il pezzo più viscerale che io abbia scritto finora. Sin da ragazzino ho sempre convissuto con una forte matrice esistenzialista e in questo caso ho sentito il bisogno di tirarla fuori senza filtri. Vivere una vita che non abbiamo chiesto di vivere è uno dei bocconi più amari che un essere umano debba ingoiare. Vivo lo stesso. Ma non riesco a dimenticare questo bug di sistema. Puoi commentare queste parole?

“Madrenatura” è in qualche modo legata a “Dopo la pubblicità”, un altro pezzo del disco. Dice “magari non adesso, ma sei solo con te stesso, quando poi finisce la pubblicità”. Io credo che la vita sia un passare continuamente dalla concretezza all’astrazione. Quando sei nella concretezza devi tirare avanti. Quando sei nell’astrazione puoi essere realmente te stesso e fare i veri bilanci della tua esistenza.

Quale è il filo rosso che unisce le tue canzoni?

Il titolo del disco. Postimpressionismo. Sono tutte canzoni nate per l’ispirazione di un momento in cui volevo parlare di qualcosa di me. Poi, anni dopo, ho ripreso queste impressioni e le ho rivissute.

Come nascono le tue canzoni? Parla del processo creativo alla base…

Io sono tanto pigro. Potrei stare a non fare niente per anni. Poi però succede qualcosa. Il suono di una parola. Una frase sentita in sottofondo. Un’immagine. A quel punto divento il più stacanovista di tutti, finché non riesco a cristallizzare quell’idea. Per fare un esempio, nel lockdown primaverile ho scritto e pre-prodotto 14 canzoni in un mese e mezzo. Avevo molte cose da dire… (e nessuna riguardo il lockdown, tra l’altro… ahah)

Rock, indie pop, alternative pop, electro etc. Troviamo tanto nella tua musica…Come hai elaborato il tuo sound?

Come dicevo, è insito nell’Iperuranio. Ho inglobato ascolti. Mi son fatto inconsapevolmente un mio gusto. L’ho assecondato.

A cosa ti ispiri per i testi?

Non ho un metodo. Qualche volta parto dal testo, qualche altra dalla musica. I testi, però, sono la “mia” parte. Nasco “mischiatore di parole”, più che musicista. Quindi parto da poche parole chiave e ci costruisco tutto attorno. Solitamente di getto, canticchiando. Poi al massimo lavoro di lima per adattare il tutto alla melodia.

Se la tua musica fosse una città, un libro o un film?

“Twin Peaks”, opera televisiva di David Lynch. Ci ho pure fatto la tesi di laurea. Perché contiene molti contrasti, contemporaneamente. Si ride, si piange, si ha paura, si pensa, non si pensa…

Per te cosa è la musica e che messaggi o messaggio vuoi trasmettere attraverso di essa?

Per me è un atto privato. Un bisogno che ho scoperto di avere e che continuerò a soddisfare per me stesso. Quando poi la musica giunge agli altri è giusto che ognuno ci prenda il messaggio che vuole, legato ad un esperienza che sta vivendo, a cosa gli evoca una determinata parola, a che sensazioni gli dà l’atmosfera del pezzo.

Per finire saluta i nostri lettori e dai qualche consiglio a chi sta muovendo i primi passi nel mondo della musica?

Innanzitutto chiedo scusa per la logorrea, ma sono così. O sto zitto o parlo a fiumi. Ringrazio chi sarà tanto stoico da arrivare fin qui e System Failure per questa piacevole “chiacchierata”. A chi comincia suggerisco di guardarsi dentro, tirar fuori quello che ha da dire e di farlo nel modo che ritiene più personale. Il culo di diventare di moda può capitare a tutti, ma se non c’è sostanza e si procede solamente replicando replicanti, alla lunga servirà a ben poco…

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