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Intervista a Jocelyn Pulsar

1)Benvenuto su System failure. Ci parli del tuo percorso artistico fino a qui?

Grazie! Il progetto Jocelyn Pulsar nasce addirittura nel 2003, anche se il primo vero disco nella direzione che poi continuo a seguire tutt’ oggi è il secondo, “L’ amore al tempo del telefono fisso” del 2006: l’ intenzione è sempre quella di scrivere musica pop, un po’ obliqua, ma che sostanzialmente parli della mia vita e, allo stesso tempo, della vita di molti che mi ascoltano: il che è, obiettivamente, molto ambizioso.

2)Come è nata in te la passione per la musica?

Devo dire che è nata con me: mia mamma mi racconta che all’asilo andavo nelle altre sezioni, facevo sedere tutti per terra, e iniziavo a cantare le canzoni di Vasco Rossi, quelle che mio babbo metteva sul giradischi. Già alle elementari prendevo le prime lezioni di pianoforte, poi chitarra: a un certo punto ho scoperto il cantautorato e ho messo da parte la “tecnica”, senza peraltro mai smettere di suonare.

3)Puoi dirci qualcosa del tuo background musicale? Quali album hanno segnato la tua vita?

Il primo è “Musica Leggera”, una cassetta “live” di De Gregori che mia mamma mi regalò quando andavo direi alle medie: assieme a quello aggiungerei “Automatic for the people” dei REM, che ascoltavo di notte, nel walkman, fino ad addormentarmi; l’ ultimo disco veramente spartiacque è stato “Crocked Rain Crocked Rain” dei Pavement, che mi ha fatto scoprire un modo più obliquo e sghembo di fare musica.

4)Abbiamo ospitato il video di “Contro i giovani”. Come è nato? Dove è stato girato? Di cosa parla questo singolo?

I miei videoclip nascono sempre da un mio soggetto che poi sviluppo col regista, che è sempre Luca Coralli: questo in particolare fa riferimento alla chiusura del Velvet Club di Rimini, storico locale live delle mie parti, simbolo della nostra generazione: proprio sulle sue macerie siamo andati a girarlo, una sorta di punto di non ritorno di noi ormai“ex giovani”.

5)Ho letto che, riguardo te, “da sempre lontano dalle mode e legato all’estetica lo-fi nella sua forma più vera, nel suo songwriting coesistono tutti gli elementi che hanno portato alla ribalta i cantauori della nuova generazione appartenenti al filone itpop”. Puoi commentare queste parole?

Queste parole dicono che io facevo l’itpop ancora prima che si chiamasse così, probabilmente troppo in anticipo: la cosa non riguarda solo me, ma altri nomi che avrebbero meritato un riconoscimento maggiore, in particolare Artemoltobuffa e Babalot.

6)Riguardo il tuo nuovo album, dove è stato registrato? Che tecnica è stata usata per la registrazione? Di cosa parla?

I miei dischi ormai da qualche anno li registro al MushRoom studio di Enrico Berto, un bellissimo posto in montagna: il disco è sostanzialmente una scusa per farmi qualche giorno di vacanza: lo studio è assolutamente analogico, e a parte le batterie suono tutti gli strumenti: questo disco, in particolare, è un personale manifesto sul tempo che passa, con i suoi lati positivi e negativi.

7)Su quale canzone del tuo nuovo album dovrei soffermarmi e perché?

Credo che il pezzo più interessante del disco sia “Bangladesh”, perché è uno spaccato del suonare in giro, quando sei per nulla famoso.

8)Quali consigli ti senti di dare alle nuove band che muovono i primi passi nel mondo della musica?

Il mio consiglio è quello di impratichirsi con le nuove tecnologie, anche a livello social, insomma di imparare ad autopromuoversi, autoregistrarsi, farsi da soli i videoclip. E non intestardirsi nel suonare in formazione completa sempre, ovunque, ma preparare sempre anche una versione acustica, anche duo o live solo, del loro repertorio.

9)Cosa vuol dire fare musica nel mondo odierno?

Vuol dire comunque avere una passione sana.

10)Per finire, saluta i nostri lettori…

Grazie per la lettura: non fatevi dire da Spotify, o da Youtube, qual’è la prossima canzone che ascolterete. Cercatela da soli.