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Intervista a Caravaggio

Benvenuto su system failure. Ci puoi parlare del tuo percorso artistico fino a qui?

Ciao amici di System Failure e grazie per questa intervista. Ho iniziato a fare musica col nome d’arte Caravaggio da circa due anni e ad oggi ho pubblicato 4 singoli inediti e una serie di brani live e cover in studio. E’ un progetto giovane anche se io faccio musica da molto tempo.

Perché il nome Caravaggio?

Qualche anno fa ero in un periodo particolare del mio percorso umano e artistico, potremmo definirlo “di rinascita”. Una notte mi è apparso in sogno il grande pittore lombardo e mi ha invitato con voce tonante a riprendere la scrittura di canzoni che avessero come prerogative sincerità ed innovazione tecnologica. Mi ha chiesto di farlo usando il suo nome e ovviamente non ho potuto che accettare l’incarico ed esserne onorato.

Sei poli-strumentista? Quale strumento preferisci particolarmente?

Dovendo arrangiare da solo i miei brani ho imparato nel tempo a suonare diversi strumenti, ho fatto di necessità virtù. La chitarra acustica è quello su cui so muovermi meglio anche se la voce resta il “mio” strumento.

Ho letto dal comunicato stampa che “Caravaggio non è un ragazzino è un artista che sa bene quello che fa. Il suo percorso artistico è iniziato nel lontano 1998 con i Godiva ed è contornato di tantissimi successi. Nel 2002 la band vince il concorso “Sanremo Rock Festival & Trend” e suona live il brano “Jeova” nell’omonima trasmissione di Rai Uno”. Che emozioni hai provato a vincere tale concorso con la tua band?

Fu un’emozione indescrivibile, avevo 22 anni, ero il cantante di una fantastica rock band e mi sentivo al centro dell’universo. La vittoria di quel concorso ci trasformò da semplici ragazzi di provincia in professionisti; ben presto ci trasferimmo tutti a Milano e arrivò il contratto discografico, le date live in Italia e in Europa e molte altre cose belle.

Con i Godiva hai aperto il concerto di Vasco Rossi. Cosa si prova a calcare lo stesso palco di un “gigante” della musica italiana?

Fu tutto incredibilmente bello e veloce, ora quel ricordo ha i colori di una polaroid sbiadita dal tempo. Eravamo abituati a suonare in piccoli pub davanti ai nostri amici e trovarci di fronte a sedicimila persone era qualcosa che superava anche i nostri sogni. Sono stato molto fortunato a vivere un’esperienza simile.

Come prende forma una tua canzone?

Musica e parole nascono insieme, contemporaneamente. Di solito tutto comincia da una piccola cellula, spesso una strofa, e poi comincio a costruirci il resto intorno. A volte il brano prende forma già con l’idea di arrangiamento ben definita.

Che differenza c’è tra suonare per una band e suonare per se stessi? Cosa ti ha spinto ad intraprendere la carriera da solista?

La band è come una tribù, nel tempo diventa una famiglia presso cui puoi trovare protezione e supporto. I Godiva sono stati una palestra insostituibile per me, un percorso di studi, un master in rapporti umani. Dopo 10 anni insieme a loro ho però sentito la necessità di evolvermi scegliendo di proseguire da solo l’esplorazione di nuovi territori. È stato fisiologico, la cosa giusta da fare, oggi godo di una serenità e di una libertà di espressione che prima non conoscevo.

Riesci a bilanciare la tua vita con la tua carriera artistica?

Oggi molto meglio di ieri. Ho imparato che in me vive, oltre ad un artista, anche un essere umano. In passato le due facce della medaglia si confondevano e questo è stato motivo di non pochi problemi per me. In questo momento sono un uomo sereno e un artista appagato.

Hai avuto problemi di salute che hai superato con non poche tribolazioni. Cosa pensavi nei momenti più bui e come trovavi la forza di andare avanti?

La disfonia spasmodica è stata in realtà una grande maestra, può capirlo bene chiunque abbia a che fare con una disabilità. Da una disabilità non si guarisce ma si impara col tempo a superarla. Nei primi anni la perdita totale dell’uso della voce è stata per me un vero lutto. La malattia si è abbattuta su di me come un ciclone, distruggendo ogni aspetto della mia vita e trascinandomi in una profonda depressione. Poi l’incontro con una persona anch’essa affetta dalla medesima sindrome ha dato il LA al mio cammino di rinascita. Ho scoperto di avere più carattere di quanto immaginassi ed ho seguito per due anni un lungo percorso olistico di riabilitazione vocale. Alla fine sono riuscito a ricostruire una nuova vita e una nuova voce.

Siamo in emergenza coronavirus. Quanto ti ha danneggiato dal punto di vista dei live?

Devo dire la verità, sono sempre stato abituato a rimboccarmi le maniche e a reagire nei momenti di difficoltà. Quando mi sono ritrovato chiuso in casa per il lockdown ho cominciato a cercare modi alternativi per dare sfogo alla mia creatività. Ho lavorato alle canzoni, sono uscito col singolo “Gli impressionisti” a maggio, ho girato un videoclip completamente fatto in casa. Insieme a due cari amici abbiamo dato vita ad un appuntamento folle chiamato “The Bad Room”, un incrocio tra DJ Set e performance teatrale in diretta su Instagram tutti i venerdì. E’ stato, nonostante tutto, un periodo di intensa attività per me.

Siamo in un mondo in crisi economica, climatica e sanitaria. Quale è il ruolo della musica in questo mondo?

La musica come l’arte in generale è una fotografia dell’istante in cui viene generata. Non credo debba insegnare nulla ne essere portavoce di qualcosa. E’ un racconto attraverso le emozioni, ognuno ne fa liberamente ciò che vuole.

Con quale artista o band indipendente ti piacerebbe collaborare?

Mi piacerebbe moltissimo fare un pezzo con Cosmo. Se poi anche Thom Yorke proprio insistesse…farei un sacrificio ecco! 😄

Per finire, saluta i nostri lettori e dai qualche consiglio a chi sta muovendo i primi passi nel mondo della musica…

Non esistono gli ostacoli a meno che non siamo noi a crearli. Non esiste la sfortuna a meno che non siamo noi a decidere di esserne affetti. Ogni cosa è nelle nostre mani. Siate coraggiosi e passionali.