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Intervista a Bye bye Japan

Bentornati su system failure. C’è stato un cambio di formazione: Fabrizia Bello come lead vocalist ed il chitarrista Valerio Frosini. Come vi siete conosciuti?

Fabrizia era entrata già da diverso tempo nella band. C’è voluto un periodo di assestamento affinché assimilasse il linguaggio dei Bye Bye Japan e quando si era finalmente pronti, è arrivato lo tsunami del Covid che ha fermato tutto. A seguito proprio della pandemia, Fabrizio Mascali (il vecchio chitarrista) ha avuto diverse problematiche personali da affrontare e non se l’è sentita di continuare. A quel punto non c’è stato bisogno neppure di guardarsi troppo intorno, visto che Valerio era una persona già vicina alla band e, saputo che cercavamo un chitarrista, si è subito proposto con entusiasmo. Tutto molto naturale quindi. Direi che sono stati cambi organici con lo stato delle cose.

“Look at me”, il vostro nuovo singolo di prossima uscita. Ci parlate della genesi di questo progetto musicale?

Messa su la nuova formazione, c’è stata da subito la necessità di proporre un brano che ridisegnasse il sound della band. Con la presenza di Kimberly (la vecchia cantante) era spontaneo avere sterzate “pop-rock”. Con l’ingresso di Fabrizia siamo rientrati nei binari di un’alternative rock senza troppi compromessi, che erano poi i presupposti su cui era stata fondata questa band, per cui abbiamo sentito forte l’esigenza di entrare in studio e fissare i nostro nuovo corso in un brano che ci rappresentasse.

“Look at me” ed i vostri lavori precedenti. Quali sono le differenze?

Crediamo, dopo averci battuto molto la testa, di avere ben chiaro quale è il sound della band. Ogni lavoro è un esercizio zen per avvicinarsi quanto più possibile all’ideale di suono che ci portiamo dentro. È fantastico constatare come chiunque entri nella band, pur apportando un ricco bagaglio di soluzioni, non snaturi mai quello che ormai è un piccolo marchio di fabbrica. Crediamo, anzi, che di lavoro in lavoro cresca questa consapevolezza. Pur con i mille difetti che abbiamo come band, crediamo che la nostra cifra stilistica sia proprio quella: il suono. Un misto di tutto ciò che abbiamo ascoltato e che abbiamo saputo rimasticare arrivando ad una formula personale. Crediamo (o quantomeno abbiamo la velleità di pensare) di non somigliare a nessuno. Siamo noi. Nel nostro suono sono rintracciabili tutti gli ascolti che abbiamo fatto negli anni, ma abbiamo l’orgoglio di poter dire di non avere nessuno da copiare! Tornando alla tua domanda pertanto, non c’è alcuna differenza tra “Look at me” e i precedenti singoli, sono solo tappe di un viaggio sonoro che da “Time to do something” (il primo brano registrato) ci ha portato a capire meglio cosa siamo e cosa vogliamo.

Una domanda per la lead vocalist Fabrizia Bello. Hai frequentato scuole di canto o sei autodidatta?

Sono prettamente un autodidatta. Quando penso di avere lacune che mi portano ad avere dei limiti espressivi, ricorro a delle lezioni per correggermi e crescere espressivamente, cercando di non snaturarmi troppo. Le scuole, se molte volte preparano tecnicamente, ho notato che spesso limitano gli orizzonti artistici degli studenti ed ho sempre avuto molta paura di rimanere imbrigliata in queste logiche.

Quali sono le vostre ambizioni per il futuro?

Semplicemente suonare, divertirci ed avere la possibilità di esprimerci. Noi, sostanzialmente suoniamo per questo. Per avere una possibilità di dire la nostra su qualsivoglia argomento. I nostri pezzi fanno questo: raccontano storie. Storie comuni o importanti, sempre cercando di dare la nostra lettura delle cose. Non ci piace moltissimo la direzione in cui sta andando questo mondo e, umilmente, ci piace dire cosa non va.

Come vedete il panorama indie italiano? Ha bisogno di una scossa secondo voi?

Esiste un panorama indie in Italia? Noi non lo crediamo sinceramente. Esiste tutto un underground, un sottobosco di artisti non prodotti, non editi, che di certo qualcosa da dire l’avrebbe pure, ma di certo non è da ricercarsi nelle band portate avanti dalle varie parrocchiette sempre e comunque sostenute dalle major, attentissime ad assimilare le varie tendenze per farne cash. No, in Italia non esistono realtà veramente indipendenti. Sono esistite fino alla fine degli anni 90. Questo di oggi è showbiz a tutti gli effetti, e anche della peggiore specie.

I vostri brani talvolta hanno riscosso un certo successo e visibilità. Quanto è importante la visibilità per un artista o band emergente?

Tanto, tantissimo. Ma è sempre più difficile portare avanti progetti non omologati. Noi finora ci si è sudati tutto. Non essendo supportati da nessuna struttura, non avendo un management ( e Dio solo sa quanto desideriamo averne uno!) sappiamo bene che ci è praticamente precluso tutto. Pertanto ogni piccolo sentiero che ci siamo aperti, è stato grazie ad una ferrea volontà di camminare tra i rovi. Ferirsi e sanguinare è la regola. Ecco, forse, il perché delle tante defezioni che abbiamo avuto in line up. Siamo una di quelle band che deve sudare il doppio per avere la metà dei risultati degli altri e questo, alla lunga, può essere sfibrante. E’ vero anche che ci stiamo togliendo tante piccole soddisfazioni. Ogni volta che possiamo raggiungere un traguardo, piccolo o grande che sia, questo diventa nuova linfa. In questo senso la fortuna ci aiuta… la fortuna ed il lavoro!

Come state vivendo l’emergenza coronavirus. Quanto ha danneggiato secondo voi il panorama indipendente?

La pandemia mondiale ha cambiato tutto radicalmente. Ha praticamente azzerato la nostra professione. La musica dal vivo, gli spettacoli, sono stati ampiamente penalizzati, anche da un ambiente, quello italiano, in cui la musica viene visto come un hobby o un piacevole sollazzo. La gente non può neppure lontanamente sapere quanto lavoro c’è dietro un concerto o quante persone possono collaborare per la buona riuscita di un evento, per piccolo che sia. Il Governo si è trovato a gestire una cosa epocale, siamo d’accordo, ma abbiamo l’impressione che mentre per alcuni settori si è riusciti a tamponare la falla, per tutti i settori quali la musica, il teatro, etc, ci sia stata una scarsa attenzione. Trovo giusta la protesta di chi ha cercato di avanzare pretese legittime. Altresì pensiamo che, come al solito in questo Paese, a protestare siano stati proprio quelli che non avevano nulla di cui lagnarsi. Siamo sempre lì, i privilegi di pochi ai danni di una moltitudine allo sbando che non sa neppure allacciarsi le scarpe. Tante situazioni sarebbero da normalizzare in questo Paese, indipendentemente dal Covid, ma forse non conviene a nessuno, altrimenti si sarebbe già fatto.

Ultimamente c’è una sorta di revival/riscoperta del vinile. Secondo voi perché si sta verificando questa cosa?

Perché al contrario della musica liquida, il vinile è un supporto emozionale. Con un disco ci si cresce, ci si identifica. C’è una copertina, c’è un concept, ci sono i credits… è un modo completamente diverso di fruire la musica. Un mp3 lo ascolti. Un vinile lo leggi, lo interpreti, lo codifichi, lo possiedi… o, meglio, è lui a possedere te.

Siamo in un mondo in crisi climatica, economica e sanitaria. Quale è il ruolo della musica in questo mondo?

Nessuno. La musica per come è intesa oggi serve solo a vendere birra e bibite energetiche. Potrebbe avere un ruolo importantissimo se i musicisti si riappropriassero di quel ruolo, preziosissimo e nobilissimo, di essere testimoni del proprio tempo. Ma i musicisti stessi vi hanno rinunciato da tempo. Pertanto non possono incidere in nessun modo. Forse è per questo che la stessa figura del musicista è ormai vecchia. Oggi abbiamo i performers, abbiamo i cantori del nulla… persone intelligenti che volutamente decidono di non raccontare, forse proprio perché complici dell’appiattimento che si vuole in giro. No, veramente, ormai la musica non ha nessun ruolo, se non per quei pochissimi che ancora qualche domanda su ciò che vivono se la pongono… nascono allora delle microsette, in cui è ancora possibile parlare di e far circolare musica.

Tornando al vostro singolo “Look at me” al riguardo ho letto queste parole: “Chiusi in stanze mentali, ci crediamo liberi e continuiamo imperterriti a mostrarci, a metterci in vetrina”. Potete commentarle?

Apri una pagina a caso di Instagram (comprese le nostre). Non crediamo ci sia molto altro da aggiungere… o meglio, ci sarebbe, ma porterebbe via davvero troppo tempo.

Per finire, salutate i nostri lettori ed invogliateli ad ascoltare la vostra musica…

Chiaramente salutiamo chi ci segue con affetto. Non abbiamo particolari inviti da fare. Chi vuole e ne ha desiderio sa benissimo come intercettarci. Agli altri, non possiamo dire molto di più. Ringraziamo invece voi di System Failure che da tempo ci seguite e siete attenti alle nostre cose. Grazie di cuore.

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