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Intervista a Bonaveri

– “Reloaded” è una raccolta di brani rivisitati, ci faresti un bilancio della tua carriera fino ad ora?

RELOADED rappresenta la pausa del cammino, quella in cui reinterpreti le esperienze vissute, le riordini e ti rendi finalmente conto che hanno costituito l’essenza del tuo peregrinare. Così le canzoni di RELOADED sono il punto su quello che dicevo, la riaffermazione di ciò che voglio dire e il preludio di quelle che dirò, facendo un mestiere che ha così tanto bisogno di quelle parole. Sono orgoglioso della strada fatta finora. Non mi piango addosso facilmente, preferisco l’autoironia alla compassione del prossimo. Diciamo che non ho mai sgomitato per un posticino in prima fila e non mi sono mai sforzato per piacere a qualche mammasantissima. Vivo appieno i miei giorni, esattamente come avrei voluto. Lavoro e collaboro con splendidi artisti ( e nominarli tutti costituirebbe un elenco troppo lungo) che stimo e credo mi stimino. La mia carriera è perfetta.

– Quale criterio hai utilizzato per scegliere i brani da inserire nell’album?

E’ stato abbastanza complicato. In primis perché tutti i miei album sono dei concept e tutti insieme formano un concept ancora più ampio che si sviluppa disco dopo disco. Siamo stati comunque piacevolmente sorpresi per il fatto che nonostante l’eterogeneità del lavoro c’è una coerenza che dimostra tutto sommato la qualità della produzione di questi 14 anni. L’altra difficoltà di scelta è stata causata dal fatto che davvero avremmo voluto inserire ulteriori canzoni, ma lo spazio del CD non lo consentiva.

– Oltre a essere un cantautore sei anche scrittore, ci parleresti delle tue influenze musicali e letterarie?

Adoro Italo Calvino, J. L. Borges, Pessoa, James Taylor e Springsteen, Caravaggio e Bosch. Amo la dimensione metafisica, i metalinguaggi, i neri profondi ed i rossi sanguigni ed appassionati, il misticismo esoterico dei portoghesi e la fierezza romantica e rude degli scozzesi.

– Prediligi la dimensione in studio o il live?

Sono due facce differenti della stessa medaglia: il lavoro di studio è la fase della creatività ragionata, che nasce a valle della parte creativa pura e semplice: istintuale, primitiva e fortemente erotica. Poi arriva il live, che ha una carica erotica differente, davvero più fisica, ed è anche il momento del confronto di esperienze che scambi con il pubblico in un cortocircuito emotivo molto forte ed appagante

-Quali sono i 5 dischi che consideri imprescindibili?

Urka. Ok, in disordine sparso:

1) Born to run (Springsteen)
2) Ian Anderson Plays the Orchestral Jethro Tull
3) Live in Denmark, 2006 (Procol Harum)
4) Uno a scelta di Cohen
5) Greatest Hits 1 e 2 (James Taylor)

– Quali sono i tuoi progetti futuri?

Almeno altri 10 lustri di canzoni… in fondo sono un cantautore emergente di appena 50 anni. Un bimbo.