Intervista a BIR TAWIL

Benvenuti su system failure. Come vi siete conosciuti? Come è nato questo duo così inconsueto?

(Carlo) io e Dario ci conosciamo da molti anni, da inizi ’90 e abbiamo suonato in diversi progetti nel corso degli anni, perdendoci un po’ di vista dopo i rispettivi trasferimenti all’estero, ma siamo legati da stima e affetto quasi-familiare, per cui non aspettavamo altro che una singola occasione per creare un progetto insieme.

(Dario) Quando avevo 14 anni mio fratello era il batterista in una band con Carlo, poi lui partii per entrare in polizia e io lo rimpiazzai. Era la Sicilia degli anni 90 , quella delle ammazzatine dietro l’angolo di casa, io ignaro di tutto e grazie a un destino propizio, imbroccavo la giusta strada.

Percussioni del’Africa sub-sahariana e siciliana si scontrano con strumenti a corda del Nord Europa elettrificati e distorti. A chi è venuta questa idea? Come avete fatto per unire il tutto?

(Carlo) Diciamo che nel corso degli anni, vivendo in Francia e Inghilterra, con un background musicale isolano, e’ stato naturale scoprire strumenti nuovi intorno alle nostre nuove vite e mescolarli con quelli che conosciamo bene. Non abbiamo unito granché’ alla fine, abbiamo solo lasciato fluire liberamente idee e suoni e poi abbiamo selezionato, rimanendo con quattro corde (per strumento) e un mix di percussioni del mediterraneo e africane: un collante se c’e’ stato, e’ stato il lavoro di elettronica e sampling, che ha costruito un paesaggio sonoro su cui appoggiare le canzoni.

“In Between”. Ci potete parlare della genesi di questo disco?

(Carlo) Bir Tawil nasce durante un’estate di vacanze familiari insieme in Bretagna, in cui abbiamo buttato le basi per il materiale del disco, poi ci abbiamo lavorato a distanza e in presenza nel corso di un anno fino alla nascita di “In between” che nasce da improvvisazioni strutturate successivamente in forma canzone. La narrazione del disco si e’ formata spontaneamente intorno a temi che adesso per noi, ancora una volta, sono caldi: i migranti che muoiono attraversando la Manica, che sono poi gli stessi corpi che vedevamo (e vediamo) annegare nel canale di Sicilia, i confini come interruzioni brutali dei sogni di troppi, la Sicilia come transito.

Musica oltre i confini la vostra….Quanto è importante che la musica sia senza confini?

(Dario) Parlare di confini con due isolani e come parlare di corda a casa di un impiccato. Anche se abbiamo ormai lasciato casa, oscilliamo in permanenza tra problemi di supremazia razziale e attitudine borderline. Inutile dire che in entrambi i casi i confini sono limiti, ma al tempo stesso punti di partenza

Siamo in un mondo in crisi sanitaria, climatica e geopolitica? Quale è il ruolo della musica? Forse quello di unire persone e popoli?

(Carlo) Uno dei ruoli della musica è fornire vie di fuga, in certi casi letteralmente oltre che a livello di escapismo mentale. Non esiste musica che non possa essere rivoluzionaria, dal pop in poi; tutto il resto, come attitudine, non c’interessa.

Ospiti del disco Cesare Basile, Hafid Bidari (Bania, Orchestre National de Barbès,), Julie Mélina Macaire-Ettabaâ (Làk) e Baptiste Bouquin (Surnatural Orchestra). Come è stato collaborare con loro?

(Carlo) Oltre gli amici che hai citato, aggiungerei Alessandro De Filippo (Canecapovolto), che ci aiuta nella parte teorico-politica e Giuseppe Firrincieli, film-maker e attivista che cura un progetto video parallelo che a breve si affiancherà’ al disco. Sono tutti fratelli e sorelle, in certi casi consanguinei, per cui si e’ trattato più’ che di collaborare, di confrontarsi con tuoi pari e cercare, trovandone, stimoli e vie alternative di affrontare problemi e soluzioni. Facile, se sei disposto a metterti in gioco come lo siamo noi.

Bir Tawil è musica per banditi… o per sognatori incalliti…Potete commentare queste parole?

(Alessandro De Filippo) Il «bandito» è colui che viene cacciato, respinto per la sua diversità; chi è obbligato a lasciare il posto familiare e caro per andare «altrove». Il sognatore, che proietta lontano i propri progetti, ha come orizzonte l’«altroquando». Altrove e altroquando sono le categorie di spazio e tempo di questo disco, secondo noi. Non qui e ora. Tutto viene spostato oltre, al di là di ciò che conosciamo e ci conforta e ci rassicura.

Viaggio e sogno che importanza rivestono per voi?

(Dario) Il sogno e il viaggio hanno lo stesso vizio, si trasformano troppo spesso in incubo. Questa ambivalenza tra Utopia e distopia ci interessa molto.

Oltre la musica che arti preferite?

(Carlo) Tutte quelle che riescono a prenderci a calci nel sedere, a sconvolgerci e farci rivedere certezze e sicurezze.

(Dario) Il teatro, l’arte in cui la parola si fonde al corpo.

Siamo nel mondo dell’hype, dell’iper-velocità. Quanto è importante meditare, rallentare etc…?

(Carlo) Fondamentale, soprattutto nell’ottica di potere alternare stati diversi e non rimanere bloccati in esigenze altre o altrui, siano il mercato, il potere, il buon senso o la logica.

Per finire, salutate i nostri lettori e paragonate la vostra musica ad un libro, ad un film e ad un quadro…

(Carlo e Dario) Più’ che paragonarci, ci sentiamo di salutare tutti consigliando 3 opere che per noi sono state e sono sempre stimolanti: “Calendar” uno splendido film di Atom Egoyan del 1993, “Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps” un libro di René Guénon che e’ decisamente più’ attuale che mai, e “Boxer Rebellion” di Jean-Michel Basquiat

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