Intervista a Alan Elettronico

Benvenuto su system failure. Come è nata la passione in te per la musica elettronica?

Che io ricordi, l’ho avuta da sempre, anche perché trasmessa da mia madre che era una grande fan dei Pet Shop Boys. Sicuramente ha contribuito molto anche l’era dei videoclip con Videomusic, su cui ricordo vidi per la prima volta “The Robots” dei Kraftwerk, ma che gli Ultravox, i The Sisters of Mercy, i The Cure. Da bravo musicista Synthwave poi un’imprinting enorme me lo hanno dato le sigle originali di alcune serie per ragazzi di quegli anni composte da Shuki Levi e i temi dei videogiochi. Negli anni ’90 poi, come tutti gli adolescenti di allora, fui investito dall’onda della musica dance con tutti i suoi generi e sottogeneri, dalla techno più spinta al sound Balearico, ma mi interessavano anche i gruppi rock che incorporavano elementi elettronici nei loro album, andando a riscoprire a ritroso anche analoghi gruppi degli anni ’70. Direi insomma che ho avuto un imprinting sin da piccolissimo.

Che strumentazione usi per produrre la tua musica?

Ho iniziato a suonare alla fine degli anni ’90 con un tastierone Yamaha e i programmi che allora andavano per la maggiore, come Reason e Magix, che mi hanno accompagnato per un bel po’. “Electric Mind” è nato invece studiando le potenzialità di Garage Band, il cui vantaggio è indubbiamente la possibilità di lavorare su un pezzo praticamente ovunque. Per i progetti paralleli, come ad esempio il gruppo Wave Hunters di cui faccio parte, usiamo anche Logic X e Cubase.

Come prende forma un tuo pezzo?

Non c’è una regola precisa: alcune volte si parte dalla linea melodica, altre volte da una semplice frase che hai in testa, altre ancora dal beat. Il primo pezzo che ha preso forma in Electric Mind è stato “What Am I”, partendo dalla stratificazione dei drums. “Electric Dream” era un pezzo completamente differente, ma lavorandoci sopra è uscito quell’arpeggio da rock progressivo ed è stato completamente rivoluzionato. In generale ho scelto un basso sempre molto martellante perché è un album da ballare, anche se su bpm lievemente più bassi rispetto agli standard odierni, ma molto comuni nella disco e nell’italodisco.

Quale è il filo rosso che unisce le tue canzoni?

Il primo è di tipo “filologico”: ho cercato di recuperare il sound tipico delle discoteche di fine anno ’70 con elementi che suonassero pre-digitali. È una sorta di antologia della disco in cui gli ascoltatori un po’ più grandicelli riconosceranno sicuramente i riferimenti a certi stili, da Moroder ai Fratelli la Bionda. In secondo luogo è tematicamente una Space Opera con riferimenti alla fantascienza: “What Am I” è direttamente collegata a Sogni di un Robot di Asimov, “Electric Dream” a Philip K.Dick, “VideoGirl” all’omonimo fumetto di Masakazu Katsura, “Make it One” al racconto “La risposta” di Frederic Brown, “Diva” a Sophia, il primo robot umanoide semisenziente.

Electric mind. Puoi presentare questo progetto ai nostri lettori? Ci puoi parlare della sua genesi?

“Electric Mind”(artwork a lato) è un “figlio del lockdown”. Dopo diversi anni di inattività in cui mi ero dedicato alla carriera letteraria, per passare il tempo ho ricominciato a suonare senza troppe velleità artistiche. In quel periodo ho conosciuto Andrea Pozzi, l’altra metà di Wave Hunters e già affermato musicista con progetti come Sensory Gate e mi ha spinto a fare qualcosa di serio. Dopo un primo EP con 5 brani, ho proposto l’album alla storica Projekt Records di Sam Rosenthal e inaspettatamente ha apprezzato il lavoro che è poi stato masterizzato da Martin Bowes degli Attrition. Nel giro di pochi mesi mi ritrovavo a lavorare con due musicisti storici della musica ambient e industrial. Già solo questo mi ha ripagato di anni di gavetta.

Electric mind. Quale è il pezzo che preferisci di questo album?

“What Am I” perché è stato il primo brano ed è diventato una sorta di signature song, ma anche “Love Like A Chain” perché è molto trasversale nella sua in-classificabilità: è piaciuta ai synthwavers come agli amanti della techno e non era una cosa facile da fare!

Ci puoi parlare della tua carriera artistica? Riesci a bilanciare la tua carriera artistica e la tua vita?

La mia carriera è iniziata nel 98 con i Subway Sleep, un duo sperimentale. Nel 2006 poi ho fondato gli Oem Quartet con il musicista dub Kurosan, un esperimento strano che univa l’ambient che suonavo all’epoca con il dub e il trip hop. Pubblicammo l’album UNUS per la Inv3rno. Poi c’è stato un lungo iato in cui mi sono dedicato sia alla carriera letteraria che a diventare docente. Devo dire che la musica non mi ha tolto tempo, anzi, ha riempito i vuoti lasciati dal lockdown, perciò al momento riesco a conciliare bene le varie cose che faccio.

Oltre la musica che arti preferisci?

Be’, di sicuro la poesia. Ho scritto due libri di cui uno anche vincitore di un premio nazionale. Diciamo che è la mia seconda identità.

Se la tua musica fosse una città, un film, un quadro o un libro?

Se fosse una città sarebbe sicuramente Düsseldorf, nei pressi del Kling Klang. Se fosse un film sarebbe “Paprika” di Setoshi Kon. Se fosse un quadro, “La Croce nera” del suprematista russo Malevič. Se fosse un libro, “La Trilogia della Città di K.”

Ti hanno mai proposto di fare una colonna sonora?

Sì, nel 2007 produssi un brano sullo stile dei Tangerine Dream che fu usato come colonna sonora di un’installazione artistica.

Quanto è importante Spotify o altre piattaforme digitali per la diffusione della propria musica?

Spotify ha sostituito il negozio di dischi o la cassettina TDK su cui registrare le canzoni, ma anche il primo passo per un artista emergente. Credo però che non abbia ancora sostituto radio e tv per avere una diffusione capillare.

Con quale artista electro del momento o del passato vorresti collaborare?

Con Michel Moers dei Telex che ho avuto l’onore di conoscere di persona….

La tua musica è tanto mentale, onirica, surreale. Puoi commentare queste mie parole?

Sicuramente è un approccio cerebrale alla musica. Quanto al surreale, sfido chiunque a non farsi un viaggione siderale su “Electric Dream”….

Per finire, saluta i nostri lettori e dai qualche consiglio a chi sta cominciando a smanettare con sequencers, pattern e vari effetti….

Il consiglio è perseverare. Oggi mi sta intervistando un magazine di musica e fino a un anno fa pensavo che la mia esperienza con la musica fosse solo un ricordo. Mai darsi per vinti….

Link streaming su Bandcamp: https://projektrecords.bandcamp.com/album/electric-mind-name-your-price

web links:

https://www.instagram.com/alan.elettronico/

https://twitter.com/AlanElettronico

https://www.facebook.com/alan.elettro/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.