Andrea Agosta – Ruins

“RUINS” riparte dalle “Rovine del Tutto”, dalla mera percezione di un Cosmo in disfacimento che ripiega su sé stesso, i cui diversi elementi collidono e si trasformano. RUINS è una tempesta analogica di suoni che irrompono nello spazio, lo avviluppano in una atmosfera plumbea aperta a dinamiche e sviluppi imprevedibili.

Con queste parole Andrea Agosta presenta il suo nuovo singolo dal titolo “Ruins”.

L’elettronica di questo artista è densa di sperimentazione e lo possiamo appurare pure nel precedente ep dal titolo “The River”, ep dedicato idealmente al pittore espressionista Mark Rothko. Un ep di pattern ipnotici e pungenti che arrivano a turbare la nostra esistenza per far risvegliare la nostra anima. Come non amare quei fraseggi di chitarra della title-track “The River”(presenti anche nella successiva “Green Eyes”) che si fondono con un sottofondo sonoro noise. Rumori/suoni anche marziali che sconvolgono i nostri attimi portando alla catarsi e suscitando l’immaginazione di qualcosa di prezioso. Andrea Agosta cerca di tradurre in suoni l’inquietudine dell’uomo contemporaneo, la sua alienazione nell’epoca postmoderna e priva di qualsiasi “appiglio”(In the dark/Rothko) con un’elettronica talvolta densa e dark.

“RUINS” – ci dice l’artista – “sono le rovine dalle quali ricominciare: il bianco contrapposto al nero, così come il caseggiato della copertina del brano, immerso in una dimensione pulviscolare, quasi monocroma, splende di luce propria al centro di un paesaggio spoglio e minimale”.

L’essenza di “Ruins” è un ambient contaminato con downtempo e trip hop, un ambient sperimentatore, ardito, audace. Gli arpeggiatori disegnano trame magnetiche e rappresentano l’ossatura della canzone insieme a questi synth gravi ed austeri. Colpisce l’evoluzione dei suoni, colpisce la dinamica come pure i climax. I quasi sette minuti di “Ruins” sembrano descrivere un’epopea infinita, un’epopea sonora che tocca il profondo della nostra anima. Le melodie vibranti che ascoltiamo sono di una forza dirompente.

Dopo aver ascoltato “Ruins” qualcosa cambierà dentro l’ascoltatore, inevitabilmente. È come mettere insieme Hans Zimmer, Nine Inch Nails e Vangelis, una sorta di pezzo anche tanto sci-fi, quindi, un pezzo che vuoi ascoltare 1000 volte te che sei esistenzialista fino all’osso.

“Ruins”, tenendo fede al titolo, narra le “rovine”, le rovine dell’antropocene condannato dalla sua infinita “ingordigia” e superbia.

L’arte deve sconvolgere, l’arte deve portare alla “distruzione” per poter ricostruire e favorire il cambiamento di noi stessi e del mondo che abitiamo. “Ruins” con la sua carica electro sperimentale tanto travolgente violenta l’ascoltatore spingendolo a “svegliarsi” dal suo mondo ovattato per “conquistare” una rigenerazione inesorabile.

Isulafactory ci offre un artista che è proprio una novità nel panorama indie electro italico: ascoltatelo e innamoratevi della sua musica…

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